Scusate tanto, amici. E' l'ultima volta, giuro! Ma ditemi un pò voi, quante pagine dovrebbe scrivere uno di noi per descrivere l'aspettativa di felicità di Snoopy? Non aspettiamo anche noi mendicanti (ognuno di noi), lì accucciati davanti alla vita, una manciata di felicità? Senza neanche sapere se sarà la felicità che sogniamo...
Buona giornata
B
Pensieri per un viaggio tra la Pietra e la Luce (poi ho scoperto che la pietraluce è un materiale per i sanitari...maktub, tutto è scritto!)
Thursday, July 19, 2012
Wednesday, July 18, 2012
Chi dei due?
Oggi mi sento esattamente cosi! "Come Snoopy o come Woodstock?" chiederete voi. Il bello è questo: non lo so! Ah, la poesia dei Peanuts!!!
Thursday, July 5, 2012
L'uomo calvo (cene e cene e cene)
La mano me la lasciò lei. La cameriera anziana si piantò alle sue spalle dicendole qualcosa che non capii, ma il tono spiegò tutto. Il locale andava chiuso. Lei mi sorrise quasi scusandosi dell'intrusione, voltò la testa e sentii la sua voce un pò stizzita :"Oui, oui, tout de suite...".Mi sorrise ancora, mi lasciò la mano e ci alzammo da tavola. "Oggi offre la casa...a domani!". Non era un invito, era un ordine. Sparì con il suo calice nella cucina del locale. Osservai i suoi fianchi per un attimo e provai una tremenda fitta di desiderio nel basso ventre. Mi voltai e incrociai lo sguardo della cameriera. Se avesse guardato un cane rognoso i suoi occhi avrebbero avuto un'esperssione più dolce. Da bravo simpaticone alzai il calice nella sua direzione per un brindisi muto, svuotai il bicchiere e solo il pensiero di non sporcare la mia giacca mi impedì di asciugarmi le labbra con la manica. Posai il bicchiere e uscii salutando in italiano. Fuori laserata di settembre era dolcissima, il traffico quasi inesistente. Mi chiesi se aspettarla o meno li fuori. "No, oggi no. Aspetta". Mi sorrisi pensando alla saggezza che una vita difficile come quella che avevao vissuto sino a pochi anni prima può infondere. Mi allontanai a passo lento, mani nelle tasche, verso il mio hotel. Quello che accaddè poi è facile da intuire. Julia era, ed è, una donna corazzata. Ci volle tempo, fiori e una presenza costante e silenziosa. Le spiega il mio lavoro, ci raccontammo molte verità e qualche bugia, qualche omissione, ci tenemmo per mano molte sere. Il locale era suo, eredità di un padre simpatico e presente, e di una madre alcolizzata. Questo spiegava molto, anche il suo impegno nel continuare la tradizione di famiglia. Poi una sera mi invitò da lei, in un piccolo appartamento nello stesso stabile del locale, secondo piano, grande vetrata liberty, tanti libri, un grande divano bianco, e facemmo l'amore come se io avessi sempre fatto parte della sua vita e lei dela mia. Sono passati quasi tre anni, non uso casa sua quando sono a Parigi, prendo sempre una camera nel solito albergo. Viviamo cosi, legati l'uno agli occhi dell'altra, con le mani incollate appena possibile. Il mese prossimo verrà da me in Italia, dice che mi ha dato abbastanza tempo per nascondere mia moglie e i miei quattro figli e mi sorride.Non abbiamo mai parlato di avere figli insieme, o di avere una casa in comune. Lei ha il suo bistrot, io non ho niente se non lei e questa segreta angoscia di non riuscire più a scrivere una riga di un racconto o di una poesia. Ho smesso anche di leggere. Ho pensato ad una malattia, ad un distturbo neurologico, ad un tumore cerebrale. Appena possibile mi farò visitare. ma ho l'impressione di aver perso l'anima, ma sono sempre più sereno, forse è il prezzo della felicità. Adesso mi accontento di mangiare queste ostriche grasse, bere questo buon vino e sorridere alla vecchia cameriera che mi odia.
Wednesday, July 4, 2012
L'uomo calvo (ho saltato un incontro)
Ho saltato l'incontro del giovedì. Ero a Parigi, per lavoro. Come ogni mese, da tre anni. Non mi è mancato. Julia mi ha riempito le braccia e non ho pensato a niente altro. Questa storia va avanti da due anni e mezzo. Forse perchè il mio francese fa schifo e il suo italiano è molto sensuale. Forse perchè doveva accadere tutto in questo modo. Comunque una settimana al mese a Parigi non è male. La banca per cui lavoro ci tiene a far vedere di essere internazionale e manda me a bacchettare i soci francesi per dimostrare che bevono anche sul lavoro per fare delle cazzate cosi enormi. Devono bere per forza, e più bevono, più io me la spasso. Cosi ogni settimana, con la massima gentilezza, una solerte signorina, ogni settimana diversa, ma sempre fornita di tutto ciò che un maschio italiano arrapato, come pensano che io sia, può desiderare, mi accompagna in un ufficetto al ventesimo piano di un grattacielo parigino e mi fa accomodare su una poltrona che comincio a consumare con il fondo dei miei pantaloni, mi porta una tazza di espresso italiano forte e una pila di documenti da esaminare. Li guardo appena, sorrido e comincia il gioco delle parti: loro mi forniscono dati falsi, io guardo fuori dalla finestra per una mezz'ora, alzo il telefono e chiedo di poter incontrare appena possibile il responsabile dei dati, un signore brizzolato e munito di baffi scurissimi, sempre abbronzato e dal portamento nobile. Non mi meraviglierei di vederlo arrivare con una giacca da caccia con i gomiti ricoperti di pelle, una doppietta sotto il braccio, circondato da una muta di cani ansimanti alla ricerca delle tracce olfattive di una lepre o di un cinghiale o di uno della servitù scappato con l'argenteria. E' un tipico uomo di paglia, messo li come parafulmine del mangiaspaghetti, cioè come mio parafulmine. Accendo il mio computer portatile e in dieci minuti scrivo una piccola relazione il cui senso profondo si può riassumere con un termine inglese molto usato nel mio ambiente: bullshit. Stronzate. Se metà dei dati forniti fossero veri, la banca per cui io e i francesi lavoriamo potrebbe comprarsi la Cina.
Passerò il resto della settimana a verificare con loro quale sia la fonte dell'errore. Loro giustificheranno il proprio stipendio, io il mio e mostreremo al mondo che lavoriamo per evitare le brutte sorprese della crisi mondiale. Bullshit. Alle cinque uscirò dal grattacielo con tutti gli altri e andrò a bere qualcosa in un bistrot frequentato da tutti gli impiegati della banca e di altre banche vicine, il posto giusto dove crearsi una carriera o rovinarsela. Sorriderò, accetterò le solite battute, mi farò prendere per il culo per il mio accento. Tutto normale, in fondo per loro sono un povero diavolo mandato lì in punizione. Andrò via dopo un'oretta, e dopo tre fermate di metropolitana arriverò nella piazzetta dove si affaccia un ristorantino uscito da una pagina di Simenon, l'Ancienne Normandie, il locale di Julia. Entrerò e la cercherò tra i tavoli sempre affollati. Poi lei sbucherà dalla cucina con le braccia bianche piene di piatti colmi di pesce per i clienti abituali o importanti. Mi guarderà appena, solo un mezzo sorriso mi farà capire che si è accorta di me. Arriverà Marie, la cameriera anziana, che lavorava già per il padre di Julia. Non mi sorriderà perchè pensa che voglia fregare la sua figlioccia, pensa che io sia un porco italiano. Ha ragione, in parte. Mi farà sedere ad un tavolo vicino al bagno, mi lascerà il menù che io non aprirò. Dopo mezz'ora arriverà Julia con un piatto fumante, il piatto del giorno, e un calice di vino, quello della riserva speciale. Mangerò e aspetterò, guardandomi intorno, osservando i parigini mentre mangiano e si divertono, proverò a indovinare i loro pensieri, anche quelli che non sanno di avere. Guarderò Julia nella sua danza tra i tavoli, la cassa, i sorrisi dei clienti e i loro sguardi, i suoi sorrisi e sarò geloso come un porco italiano. Un tempo, seduto qui ad aspettare. scrivevo su fogli sparsi, tovaglioli, il retro di un blocchetto di assegni. Ora sono 88 giorni che non scrivo.Così ho conosciuto Julia. Il fascino dello scrittore. Mangiavo in quel posto da un mese, mi piaceva e mi piaceva Julia, anche se non sapevo nulla di lei. La guardavo, ma senza troppa insistenza. Una serà arrivai tardi, quasi all'ora di chiusura. Lei mi sorrise e mi indicò un tavolo al centro del locale. Poco dopo arrivo con un paio di calici di vino. ne poso uno sul tavolo per me e mi chiese:" Elle est un écrivain ou un journaliste?"
Ficcai il naso nel bicchiere. Un rosso fruttato. "Non, je suis un scribe ...". Non era una bugia.
Lei mi guardò un attimo smarrita, poi i suoi occhi si chiusero mentro cominciava a ridere. Alzò il calice in un brindisi silenzioso e bevemmo. "Sei simpatico italiano...". Si sedette al mio tavolo, cominciò a parlare, troppo veloce per il mio francese. Lo capì dai miei occhi, si fermò, sorrise ancora. "Scusa...mi chiamo Julia..."
Mi porse la mano. La strinsi. Era bianca, piccola e inaspettatamente morbida. Non gliela lasciai per il resto della serata.
Passerò il resto della settimana a verificare con loro quale sia la fonte dell'errore. Loro giustificheranno il proprio stipendio, io il mio e mostreremo al mondo che lavoriamo per evitare le brutte sorprese della crisi mondiale. Bullshit. Alle cinque uscirò dal grattacielo con tutti gli altri e andrò a bere qualcosa in un bistrot frequentato da tutti gli impiegati della banca e di altre banche vicine, il posto giusto dove crearsi una carriera o rovinarsela. Sorriderò, accetterò le solite battute, mi farò prendere per il culo per il mio accento. Tutto normale, in fondo per loro sono un povero diavolo mandato lì in punizione. Andrò via dopo un'oretta, e dopo tre fermate di metropolitana arriverò nella piazzetta dove si affaccia un ristorantino uscito da una pagina di Simenon, l'Ancienne Normandie, il locale di Julia. Entrerò e la cercherò tra i tavoli sempre affollati. Poi lei sbucherà dalla cucina con le braccia bianche piene di piatti colmi di pesce per i clienti abituali o importanti. Mi guarderà appena, solo un mezzo sorriso mi farà capire che si è accorta di me. Arriverà Marie, la cameriera anziana, che lavorava già per il padre di Julia. Non mi sorriderà perchè pensa che voglia fregare la sua figlioccia, pensa che io sia un porco italiano. Ha ragione, in parte. Mi farà sedere ad un tavolo vicino al bagno, mi lascerà il menù che io non aprirò. Dopo mezz'ora arriverà Julia con un piatto fumante, il piatto del giorno, e un calice di vino, quello della riserva speciale. Mangerò e aspetterò, guardandomi intorno, osservando i parigini mentre mangiano e si divertono, proverò a indovinare i loro pensieri, anche quelli che non sanno di avere. Guarderò Julia nella sua danza tra i tavoli, la cassa, i sorrisi dei clienti e i loro sguardi, i suoi sorrisi e sarò geloso come un porco italiano. Un tempo, seduto qui ad aspettare. scrivevo su fogli sparsi, tovaglioli, il retro di un blocchetto di assegni. Ora sono 88 giorni che non scrivo.Così ho conosciuto Julia. Il fascino dello scrittore. Mangiavo in quel posto da un mese, mi piaceva e mi piaceva Julia, anche se non sapevo nulla di lei. La guardavo, ma senza troppa insistenza. Una serà arrivai tardi, quasi all'ora di chiusura. Lei mi sorrise e mi indicò un tavolo al centro del locale. Poco dopo arrivo con un paio di calici di vino. ne poso uno sul tavolo per me e mi chiese:" Elle est un écrivain ou un journaliste?"
Ficcai il naso nel bicchiere. Un rosso fruttato. "Non, je suis un scribe ...". Non era una bugia.
Lei mi guardò un attimo smarrita, poi i suoi occhi si chiusero mentro cominciava a ridere. Alzò il calice in un brindisi silenzioso e bevemmo. "Sei simpatico italiano...". Si sedette al mio tavolo, cominciò a parlare, troppo veloce per il mio francese. Lo capì dai miei occhi, si fermò, sorrise ancora. "Scusa...mi chiamo Julia..."
Mi porse la mano. La strinsi. Era bianca, piccola e inaspettatamente morbida. Non gliela lasciai per il resto della serata.
Thursday, June 28, 2012
A gentile richiesta (L'uomo calvo...)
E' stato liberatorio uscire dalla sala, surriscaldata dalle emozioni di quell'umanità perduta, salutare frettolosamente, beccarsi qualche pacca sulla spalla e ritrovarsi a camminare alla luce dei lampioni. Smetto di essere uno dei tanti e torno ad essere io. E non è bello. Non so più scrivere. Quindi sono normale. Quindi i miei giorni saranno finalmente tutti uguali. Figa e soldi, soldi e figa. Mi incammino verso la metropolitana con una pietra nel petto, respiro a fatica l'aria del traffico serale. All'improvviso una mano sulla spalla. Mi volto di scatto e sento che il mio cuore galoppa. "Ciao Bartel...ti ricordi di me?"
L'uomo è calvo, rasato, alto quanto me, un pò sovrappeso e ha due grandi occhi scuri circondati da tristezza notturna.
"Allora non ti ricordi?"
Nel mio archivio c'è un gran lavoro per confrontare quegli occhi e quella voce con quelli siglati con il nome "amici", sottosezione scuola elementare, media, liceo, università, lavoro...niente. Poi si passa al file "conoscenti" , sottosezioni quartiere, poi metropolitana, supermercato, villaggio vacanza...ho saltato la sezione "nemici", quelli sono pochi e me li ricordo benissimo."No...mi spiace...". Lo guardo meglio e osservo la piega amara e delusa che gli si forma ai lati della sua bocca quasi femminile. Sul mento la fossetta centrale diventa più evidente...BANG!
Fossetta, mento, barba, prima barba, rasoio a lametta wilkinson, acqua calda, quindici anni, tagli, orgoglio virile, la linea del mento, il mento, il mento di Joshua l'ebreo che aveva più barba di tutti...
"Joshua!"
Joshua l'ebreo sorride. Mi ritrovo abbracciato ad un uomo calvo sotto un lampione nella zona impalpabile che separa la sera dalla notte. E' l'uomo calvo che si mordeva il pugno in prima fila. E' Joshua , noi lo chiamavamo l'ebreo perchè quella era la sua religione, non era un peiteto razziasta. Nella mia combriccola c'eravamo io, Joshua l'ebreo, Marty il grasso, Silver la puzza, Ted lo zoppo, e altri tre-quattro appartenenti ad una immmaginaria corte dei miracoli. Io ero Bartel la forfora. Non c'era cattiveria nei nostri soprannomi, solo sfottò, eravamo tutti uguali e amici.
Lo tengo per le braccia e lo allontano da me sorridendogli.
"Joshua...Jo, che ci facevi li? Ma da quanto tempo? Ma dimmi..."
Lui mi riabbraccia felice. Io mi guardo intorno imbarazzato.
"Bartel, Bartel, come sono felice...lo sapevo che eri tu...lo sapevo! Sono due mesi che vado li...sono due anni che non scrivo..."
Me lo dice a capo chino senza guardarmi in viso. So di cosa parla e so anche cosa non mi dice.
"Jo, è un brutto periodo per tutti...coraggio....."
"No Bartel, no tu non capisci...senti ora devo correre a casa..."
Si fruga nelle tasche, estrae il portafogli e da questo un biglietto da visita che mi allunga. Mi prende la mano destra e me la chiude intorno al biglietto.
"Scusa Bartel, devo andare, scusa è tardi...."
I suoi occhi smarriti mi guardano un attimo, il tempo di una pacca sulla spalla poi si volta e trotterella via. Resto fermo dotto la luce del lampione e lo osservo andare via . Dopo cinquanta metri si volta una frazione di secondo e sparisce dietro un angolo. Sono tentato di corrergli dietro, non capisco questo repentino cambio d'umore, ma nella mia vita non capisco molte cose, quindi un apiù una meno non fa differenza. Mi ricordo del biglietto e apro la mano. Le lettere del biglietto sono elegantemente inclinate. Joshua Levi. Tassidermista. Joshua fa l'imbalsamatore. Non l'avrei mai detto. E poi a cosa servono gli imbalsamatori al giorno d'oggi?
L'uomo è calvo, rasato, alto quanto me, un pò sovrappeso e ha due grandi occhi scuri circondati da tristezza notturna.
"Allora non ti ricordi?"
Nel mio archivio c'è un gran lavoro per confrontare quegli occhi e quella voce con quelli siglati con il nome "amici", sottosezione scuola elementare, media, liceo, università, lavoro...niente. Poi si passa al file "conoscenti" , sottosezioni quartiere, poi metropolitana, supermercato, villaggio vacanza...ho saltato la sezione "nemici", quelli sono pochi e me li ricordo benissimo."No...mi spiace...". Lo guardo meglio e osservo la piega amara e delusa che gli si forma ai lati della sua bocca quasi femminile. Sul mento la fossetta centrale diventa più evidente...BANG!
Fossetta, mento, barba, prima barba, rasoio a lametta wilkinson, acqua calda, quindici anni, tagli, orgoglio virile, la linea del mento, il mento, il mento di Joshua l'ebreo che aveva più barba di tutti...
"Joshua!"
Joshua l'ebreo sorride. Mi ritrovo abbracciato ad un uomo calvo sotto un lampione nella zona impalpabile che separa la sera dalla notte. E' l'uomo calvo che si mordeva il pugno in prima fila. E' Joshua , noi lo chiamavamo l'ebreo perchè quella era la sua religione, non era un peiteto razziasta. Nella mia combriccola c'eravamo io, Joshua l'ebreo, Marty il grasso, Silver la puzza, Ted lo zoppo, e altri tre-quattro appartenenti ad una immmaginaria corte dei miracoli. Io ero Bartel la forfora. Non c'era cattiveria nei nostri soprannomi, solo sfottò, eravamo tutti uguali e amici.
Lo tengo per le braccia e lo allontano da me sorridendogli.
"Joshua...Jo, che ci facevi li? Ma da quanto tempo? Ma dimmi..."
Lui mi riabbraccia felice. Io mi guardo intorno imbarazzato.
"Bartel, Bartel, come sono felice...lo sapevo che eri tu...lo sapevo! Sono due mesi che vado li...sono due anni che non scrivo..."
Me lo dice a capo chino senza guardarmi in viso. So di cosa parla e so anche cosa non mi dice.
"Jo, è un brutto periodo per tutti...coraggio....."
"No Bartel, no tu non capisci...senti ora devo correre a casa..."
Si fruga nelle tasche, estrae il portafogli e da questo un biglietto da visita che mi allunga. Mi prende la mano destra e me la chiude intorno al biglietto.
"Scusa Bartel, devo andare, scusa è tardi...."
I suoi occhi smarriti mi guardano un attimo, il tempo di una pacca sulla spalla poi si volta e trotterella via. Resto fermo dotto la luce del lampione e lo osservo andare via . Dopo cinquanta metri si volta una frazione di secondo e sparisce dietro un angolo. Sono tentato di corrergli dietro, non capisco questo repentino cambio d'umore, ma nella mia vita non capisco molte cose, quindi un apiù una meno non fa differenza. Mi ricordo del biglietto e apro la mano. Le lettere del biglietto sono elegantemente inclinate. Joshua Levi. Tassidermista. Joshua fa l'imbalsamatore. Non l'avrei mai detto. E poi a cosa servono gli imbalsamatori al giorno d'oggi?
Tuesday, June 26, 2012
Se Vedder è un poeta che pochi conoscono
Ok, lo confesso, sono un fanatico dei Pearl Jam. Li ascoltai per la prima volta nel 1992, vivevo a Seattle che allora era il centro del mondo e del movimento GRUNGE. Io non ero grunge, non potevo esserlo, geneticamente incompatibile, ma amavo la musica da vivo in locali tossici e con l'eterna pioggerella di Seattle che annaquava tutto, felicità e tristezza in egual modo mentre si ascoltavano i cento piccoli gruppi di allora. A quei tempi ci si divideva tra amanti dei Pearl Jam e amanti dei Nirvana (Beatles vs Rolling Stones). Io amavo, amo e amerò i versi di un ex-benzinaio che risponde al nome di Eddie Vedder. Qui due esempi che possono spiegare perchè ogni tanto canto a squarciagola in auto (tanto nessuno sente, fortuna...l'importante che la mia anima ascolti e si senta meglio). I video sono qui accanto. Spero che vi donino serenità come fanno con me . At salut'
Bartel
Bartel
Wishlist
I wish I was a neutron bomb, for once I could go off
I wish I was a sacrifice but somehow still lived on
I wish I was a sentimental ornament you hung on
The christmas tree, I wish I was the star that went on top
I wish I was the evidence, I wish I was the grounds
For 50 million hands upraised and open toward the sky
I wish I was a sailor with someone who waited for me
I wish I was as fortunate, as fortunate as me
I wish I was a messenger and all the news was good
I wish I was the full moon shining off a camaro's hood
I wish I was an alien at home behind the sun
I wish I was the souvenir you kept your house key on
I wish I was the pedal brake that you depended on
I wish I was the verb to trust and never let you down
I wish I was a radio song, the one that you turned up
I wish...
I wish I was a sacrifice but somehow still lived on
I wish I was a sentimental ornament you hung on
The christmas tree, I wish I was the star that went on top
I wish I was the evidence, I wish I was the grounds
For 50 million hands upraised and open toward the sky
I wish I was a sailor with someone who waited for me
I wish I was as fortunate, as fortunate as me
I wish I was a messenger and all the news was good
I wish I was the full moon shining off a camaro's hood
I wish I was an alien at home behind the sun
I wish I was the souvenir you kept your house key on
I wish I was the pedal brake that you depended on
I wish I was the verb to trust and never let you down
I wish I was a radio song, the one that you turned up
I wish...
JUST BREATH
Yes I understand that every life must end, aw huh,..
As we sit alone, I know someday we must go, aw huh,..
I'm a lucky man to count on both hands
The ones I love,..
Some folks have just one,
Others they got none, aw huh,..
Stay with me,..
Let's just breathe.
Practiced are my sins,
Never gonna let me win, aw huh,..
Under everything, just another human being, aw huh,..
Yeh, I don't wanna hurt, there's so much in this world
To make me bleed.
Stay with me,..
You're all I see.
Did I say that I need you?
Did I say that I want you?
Oh, if I didn't I'm a fool you see,..
No one knows this more than me.
As I come clean.
I wonder everyday
As I look upon your face, aw huh,..
Everything you gave
And nothing you would take, aw huh,..
Nothing you would take,..
Everything you gave.
Did I say that I need you?
Oh, Did I say that I want you?
Oh, if I didn't I'm a fool you see
No one knows this more than me.
As I come clean.
Nothing you would take,..
Everything you gave.
Hold me till I die,..
Meet you on the other side.
As we sit alone, I know someday we must go, aw huh,..
I'm a lucky man to count on both hands
The ones I love,..
Some folks have just one,
Others they got none, aw huh,..
Stay with me,..
Let's just breathe.
Practiced are my sins,
Never gonna let me win, aw huh,..
Under everything, just another human being, aw huh,..
Yeh, I don't wanna hurt, there's so much in this world
To make me bleed.
Stay with me,..
You're all I see.
Did I say that I need you?
Did I say that I want you?
Oh, if I didn't I'm a fool you see,..
No one knows this more than me.
As I come clean.
I wonder everyday
As I look upon your face, aw huh,..
Everything you gave
And nothing you would take, aw huh,..
Nothing you would take,..
Everything you gave.
Did I say that I need you?
Oh, Did I say that I want you?
Oh, if I didn't I'm a fool you see
No one knows this more than me.
As I come clean.
Nothing you would take,..
Everything you gave.
Hold me till I die,..
Meet you on the other side.
Tuesday, June 19, 2012
Alcolista (scrivente) anonimo
"Ciao. Mi chiamo Bartel. Sono 77 giorni che non scrivo più!"
Applauso.
" Non so più scrivere. Ogni tanto apro questo blog per vedere se qualcuno ha lasciato un commento o si chiede che fine abbia fatto."
Silenzio.
" Sono 77 giorni che non posto (fisso). Che devo dire? Non sto male. Tutto procede più o meno come sempre. Anzi, qualche volta, al mattino, mi sento quasi felice. Poi ieri la Nazionale ha pure vinto. E la Grecia resta nell'euro. E l'estate è arrivata. Ma io non so più scrivere. Forse sono una vittima di kindle. Forse leggo troppo e scrivo altro per lavoro, troppo altro, troppo tutto. Forse sono troppo occupato a vivere per scrivere."
Teste che annuiscono convinte.
"Fatto sta che anche senza scrivere io sono felice lo stesso...anzi di più...anzi sai che ti dico? Scrivere fa schifo!"
Applauso scrosciante. Sento le lacrime salirmi agli occhi.
"Si, si è cosi io sono felice anche senza scrivere!!!"
Non riesco a fermare i singhiozzi, mi copro la faccia con l'avambraccio e le mie spalle ballano la rumba.
Piango senza ritegno.
Standing ovation. Lacrime anche in platea.
"La verità...la verità ...è che..."
Mi faccio forza.
"La verità è che pensavo,,,speravo...di esser uno scrittore...invece sono solo uno che scrive e magari sbaglia la punteggiatura...io...io..."
Non resisto, non ce la faccio, sto per ricominciare a piangere.
"Io so lo so...che se non ricomincerò a scrivere la mia vita sarà bella lo stesso...anche di più...lo so...sarò come tutti gli altri...sarò uguale agli altri e felice...e la notte dormirò invece di perdere tempo...a pensare...a scrivere...e non sperare che a qualcuno piaccia ciò che scrivo...ecco, io non voglio più scrivere...non voglio finire per forza le storie che ho cominciato...non voglio...tanto a che serve?"
Ho il viso inondato di lacrime, devo apparire ridicolo.
Nella sala tutti mi guardano in silenzio. Alcuni si mordono le labbra. Uno in prima fila, calvo e tondo, si morde il pugno come un bambino.
"Ecco amici, è tutto...voglio arrivare a 100 giorni senza scrivere...ecco...grazie!
Applauso, pacche sulle spalle mentre torno al mio posto. Mi siedo e sospiro. Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Lo so che non scriverò mai più e sarò felice...
Applauso.
" Non so più scrivere. Ogni tanto apro questo blog per vedere se qualcuno ha lasciato un commento o si chiede che fine abbia fatto."
Silenzio.
" Sono 77 giorni che non posto (fisso). Che devo dire? Non sto male. Tutto procede più o meno come sempre. Anzi, qualche volta, al mattino, mi sento quasi felice. Poi ieri la Nazionale ha pure vinto. E la Grecia resta nell'euro. E l'estate è arrivata. Ma io non so più scrivere. Forse sono una vittima di kindle. Forse leggo troppo e scrivo altro per lavoro, troppo altro, troppo tutto. Forse sono troppo occupato a vivere per scrivere."
Teste che annuiscono convinte.
"Fatto sta che anche senza scrivere io sono felice lo stesso...anzi di più...anzi sai che ti dico? Scrivere fa schifo!"
Applauso scrosciante. Sento le lacrime salirmi agli occhi.
"Si, si è cosi io sono felice anche senza scrivere!!!"
Non riesco a fermare i singhiozzi, mi copro la faccia con l'avambraccio e le mie spalle ballano la rumba.
Piango senza ritegno.
Standing ovation. Lacrime anche in platea.
"La verità...la verità ...è che..."
Mi faccio forza.
"La verità è che pensavo,,,speravo...di esser uno scrittore...invece sono solo uno che scrive e magari sbaglia la punteggiatura...io...io..."
Non resisto, non ce la faccio, sto per ricominciare a piangere.
"Io so lo so...che se non ricomincerò a scrivere la mia vita sarà bella lo stesso...anche di più...lo so...sarò come tutti gli altri...sarò uguale agli altri e felice...e la notte dormirò invece di perdere tempo...a pensare...a scrivere...e non sperare che a qualcuno piaccia ciò che scrivo...ecco, io non voglio più scrivere...non voglio finire per forza le storie che ho cominciato...non voglio...tanto a che serve?"
Ho il viso inondato di lacrime, devo apparire ridicolo.
Nella sala tutti mi guardano in silenzio. Alcuni si mordono le labbra. Uno in prima fila, calvo e tondo, si morde il pugno come un bambino.
"Ecco amici, è tutto...voglio arrivare a 100 giorni senza scrivere...ecco...grazie!
Applauso, pacche sulle spalle mentre torno al mio posto. Mi siedo e sospiro. Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Lo so che non scriverò mai più e sarò felice...
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