Rat race

Running

Friday, February 4, 2011

Libeccio (VIII)

L’auto rossa corre in autostrada verso levante. Giorgio Pittaluga sistema meglio il suo soprabito sulle spalle magre di Silvana che dorme rannicchiata sul sedile posteriore. Il commissario guida sicuro in silenzio. La luce appare e scompare sul suo viso mentre esce ed entra da gallerie variabili in lunghezza, ma tutte ugualmente deserte. La giornata ha preso decisamente una piega strana. Ripensa alle foto della Di Stefano che aveva appese in ufficio: occhi chiari e lineamenti di cristallo e un sorriso da pena di morte. Poi pensa alla donna bianco-bionda che dorme esausta sul sedile posteriore della sua Alfa, cercando di non guardare verso l’uomo che la accudisce come si può fare solo con una donna che si ama senza speranza. Lo compatisce per gli anni deserti che ha dovuto attraversare, dimentico persino dei propri desideri; lo invidia per ciò che ha ritrovato. Il dolore che prova ora alla bocca dello stomaco non è fame, non di cibo almeno. La parola d’ordine è “non pensare a lei”. Cosi rivede la donna bianco-bionda seduta in un cella grigia che lo ringrazia per essere venuto insieme all’avvocato a parlare dell’organizzazione. Quella donna che ha arrestato che gli sorride sinceramente mentre stringe la mano dell’avvocato Pittalunga, inebetito e indifeso che le siede accanto sul lettino.
“Grazie per essere venuti, grazie amore mio…so che ti deve essere costato molto…ma sono felice che tu sia qui…e sono contenta che ci sia anche lei commissario…la trovo bene”
“Vi ho fatto venire qui per due motivi: uno perché amore mio volevo rivederti prima di morire…no, tesoro, ti prego non piangere…per favore…ti prego, non posso vederti piangere…ti prego…”
Una diga era crollata da qualche parte nell’avvocato e l’acqua ora aveva trovato la via degli occhi. Imbarazzante. Come un bambino, l’avvocato si era fatto accarezzare e consolare dalle piccole mani di Silvana. Il commissario muto gli aveva allungato in silenzio un fazzoletto non pulitissimo.

“L’altra ragione è che ho capito…l’ho capito così vicina alla fine…ho capito che la nostra lotta non ha più senso, ci avete sconfitto”
La donna abbassa il capo concentrandosi a fermare qualcosa che le si agita dentro. Quando risolleva la testa gli occhi sono spenti.
“non abbiamo più nessuna speranza di farcela…non abbiamo più soldi…non abbiamo più persone disposte a sacrificare tutto per la causa…ne avete catturati e uccisi troppi di uomini e donne per bene…”
Il commissario vorrebbe rispondere, vorrebbe urlare che lui ha sempre fatto solo e soltanto il proprio dovere, ma le dita intrecciate della donna e dell’avvocato lo frenano. Allora poggia i gomiti sulle ginocchia e il mento sulle mani unite e si prepara ad ascoltare con pazienza altri insulti senza senso. L’importante è sapere.

“La nostra organizzazione è formata da cellule separate tra loro che spesso non sanno dell’esistenza le une delle altre. Abbiamo deciso di agire cosi per evitare una gestione piramidale che sicuramente sarebbe stata fatta fuori molto rapidamente.
Ci siamo solo dispersi su tutto il territorio nazionale, mantenendo il minimo di contatti possibili e limitando al massimo la circolazione delle informazioni. Io stessa non so dove sia il deposito del Nord-ovest.”
La donna parla con voce piana, come se descrivesse una ricetta di cucina, come se recitasse un copione provato e riprovato per essere sicuri di non lasciarsi sopraffare dall’emozione una volta saliti sul palco.
“Quindi ci ha fatto venire qui per dirci cose che già sappiamo…”
“No! Vi ho fatto venire qui perché l’unica cosa che posso fare è portarvi dalla custode del deposito, l’unica che conosce la sua ubicazione”
“Cioè?”
“Vi porto io da chi sa dove è l’ultimo deposito”
Il commissario si alza in piedi allargando le braccia muscolose.
“No, signora mia…lei ci dice, MI dice chi è questa custode e io le vado a fare una bella visita…chiaro? Mi aspettavo qualcosa di meglio da lei, signora…”
“Commissario…ho pochi giorni di vita…vorrei morire in pace…se le dico dove andare, la persona in questione le sparerà addosso e si farà uccidere o si ucciderà e il deposito resterà segreto…se volesse torturarmi non otterrebbe nulla…la vede quella flebo? E’ morfina…ma è un pagliativo…prendere o lasciare…la prego commissario…”
“Avvocato, lei non dice niente?”
L’avvocato scuote la testa. E’ ancora inebetito, forse non ha neanche ascoltato quello che hanno detto. La donna gli sorride e lo accarezza sul viso baciandolo sugli angoli delle labbra. L’avvocato sorride felice. “Che cazzo di avvocato è lei?”
La domanda del commissario non riceve nessuna risposta.
Il polizzioto bussa violentemente alla porta per farsi aprire dalle secondine. Subito dopo nel corridoio echeggiano le urla del commissario che parla al telefono.
“IO NON POSSO FARCI NIENTE…E? UNA SCENA PAZZESCA…IO…IO…IO NON C’ENTRO NIENTE…NON…”
Le urla vanno aventi per quindici minuti. Quando la porta si riapre un commissario esausto si ritrova di fronte  la donna e l’avvocato abbracciati e sorridenti.
“Forza fidanzatini…si va in gita!”
Dopo aver ricevuto l’assicurazione che una squadra speciale li avrebbe seguiti con un elicottero e dopo aver firmato mezzo chilo di moduli di fronte ad un direttore del carcere stranamente sollevato di vederli andare via, il commissario, l’avvocato e la donna sono montati in auto. L’auto rossa li ha portati sino all’autostrada, poi dopo lunghi chilometri imbocca il casello per uscire nei pressi di un piccolo paesino aggrappato sulle pendici di un monte boscoso. Ora imboccano una stradina sterrata si arrampica per un paio di chilometri tra macchie verdi e calanchi chiari. Nel cielo stracci di nubi vengono sfilacciate sempre più dal libeccio che si fa via via più aggressivo, lo senti nell’aria, non si fa ignorare.  La donna anziana tira un'altra boccata da una sigaretta con il filtro macchiato di rossetto. Aspetta di rivedere apparire l’auto scura dopo un'altra galleria d’alberi scossi dal vento che cerca di scavalcare le montagne. Nessuno passa li per caso, vengono proprio per lei. “Maktub…tutto è scritto, tutto è conosciuto all’Altissimo, niente è celato alla sua sapienza” pensa mentre soffia dalle narici una nuvola di fumo azzurro e si allontana dalla finestra per andare a mettere sul fuoco il bollitore per l’acque del tè. Stanno arrivando degli ospiti. Poi si volta e afferra il cellulare posato accanto ai fornelli. Compone lentamente un numero amico e guardando il nulla aspetta che qualcuno risponda. “Pronto? …si, sta arrivando. State pronti, non manca molto…si, certo…lo so! Basta ora! Ciao…ehi?... Ci sei ancora? …Anche io…”.
La comunicazione si chiude, mentre il bollitore da notizie di se.

Monday, January 31, 2011

Libeccio (VII)


La pietra che colpisce il vetro lucido dell’anima di un uomo vestito da avvocato di successo è letale. Anni di lenta cottura, di abitudini, di sicurezze, di niente di male, di attimi messi in fila si perdono improvvisamente tra i fili taglienti della ragnatela che l’urto ha disegnato sul vetro. La pietra è una donna magra, biondo-bianca seduta su una branda, legata ad una flebo appesa ad un asta. La pietra blocca i pensieri e l’aria sembra non voler più entrare nei polmoni di tutti i presenti: l’avvocato smilzo, lo sbirro amaro, il direttore chiacchierone per paura.Poi, come in ogni risveglio da un sogno strano, poche sillabe affiorano: “Silvana…sei tu?”.Gli occhi sono una carta di identità scaduta, ma non per questo falsa. Il sorriso, o quello che sembra un sorriso, conferma. Se il direttore ci ripensa non sa spiegare come una donna in quelle condizioni sia stata in grado di saltare dal letto al collo dell’avvocato. Sa solo che ora i due sono abbracciati e guarda stupito la faccia stupida del poliziotto con una mano alla fondina della pistola. Il direttore non si spiega quel dolore sconosciuto nel petto, come qualcosa di pesante, metallico, che affonda nella carne e non fa male, ma regala peso a ciò che penetra, rende piombo il sangue che precipita, si coagula, si ferma. Ciò che vede è estraneo al suo presente, ma forse lo ha sentito qualche volta in vita sua. Il poliziotto non riconosce la donna, non è quella arrivata nel suo ufficio mesi prima. Quella era il pericolo pubblico numero uno, questa ha capelli corti, braccia magre e trasuda dolore.L’avvocato non pensa, non c’è più. Ora c’è Giorgio, e gli mancano le forze per stringere quel ricordo che ha tra le braccia. Solo l’odore è incredibilmente lo stesso ed è l’odore che gli dice che tutto ciò è vero, reale, che la flebo sgocciola ancora, che fuori arriva il libeccio, che sua moglie l’aspetta, che ha parcheggiato l’auto all’angolo del tribunale, che stamattina si è svegliato in una casa dove dormono i suoi figli. Ma che importa ora che le piccole mani di Silvana gli stringono le guance? E se la baciasse? Che importanza può avere la sua vita in questo momento?
“Avvocato…avvocato…”.La voce è dello sbirro, ma la faccia è quella di uno dispiaciuto di esistere.“Avvocato…signora…per favore…dobbiamo parlare…avvocato…signora De Stefani?”
La rabbia dimenticata risale nello stomaco dell’avvocato come vomito trattenuto a lungo, ma le mani di Silvana scivolando dal suo viso stringono le sue mani, guidandolo verso il letto.
“Vieni Giorgio, il commissario è qui per parlare …dobbiamo parlare…”.Il vomito torna a casa, seppellito ancora, forse per sempre. L’avvocato anestetizzato siede sul lettino, mano nella mano con Ciccia e aspetta.
“Si…parliamo”.
Il direttore chiude la porta uscendo e i suoi denti mordono a sangue il labbro inferiore mentre passa davanti alle secondine sull’attenti. Il sangue gli cola sul mento, mentre sparisce nella penombra di un corridoio lasciando dietro di se un rumore di passi e la scia del suo dopobarba da visita ufficiale.

Thursday, January 27, 2011

Poliestere bollente (ho amato una puttana e la amo ancora)

Mia suocera è preoccupata. Mia suocera crede che io sia pazzo.
 Come faccio a spiegarle che ne ho bisogno? 
 Come faccio a spiegarle che non lo faccio per restare giovane, 
  ma per sopravvivere? Io ho bisogno di correre.
Anche oggi, soprattutto oggi, in vacanza. Devo correre anche 
se c’è calore. Calore e scirocco. L’aria ha la stessa
 consistenza di una coperta bagnata. Io ci corro dentro, nel tardo 
pomeriggio di un giorno d’Agosto. Viale Magna
 Grecia, Viale Virgilio e finalmente il Lungomare. Il sole è basso e 
dal porto mi ferisce la faccia. Io sono contento. 
  Mia suocera pensa che sia pazzo. Di solito corro in parchi estetici, corro su baluardi ornati di ippocastani. 
Qui corro tra le auto,  schivo cani randagi e deiezioni e ascolto musica. Una vellutata di musica. 
Invece di diversi tipi di pesce io mischio Bach e Led Zeppelin, AC/DC  e Negramaro, Depeche Mode 
e Pearl Jam. Una vellutata per allenarsi. Ponte girevole e un po’ d’ombra caritatevole, ma il calore non passa.
 Una coppietta corre in senso opposto. Saluto come si fa tra runners. Nessuna risposta. Gente cordiale, gente meridionale. Io corro e sudo. 
Sudo, ma la mia maglietta è 90% poliestere e 10% elastan,  cuciture termosaldate, sudore fuori, fresco sulla pelle.
 Ci fosse una maglietta cosi per l’anima la comprerei subito. Fuori il dolore e la rabbia, dentro l’equilibrio. 
Io corro anche per questo, io qui corro soprattutto per questo. Il ritmo della mia corsa è regolare, il mio respiro
 un po’ meno. Could I be wrong, but since you have been gone you cast the spell, so break it. Corro lungo
 la ringhiera e guardo il mare: molte navi ancorate, nessuna vela. Io sono nato in riva a questo mare lenitivo e ho
 imparato ad andare a vela su un lago che porta in Svizzera.  Veleggio di domenica su un Meteor bianco (Osso
 di seppia il nome) con un amico croato/torinese che mia figlia chiama Lupo Lucio. Qui dovrebbe essere pieno 
di vele. “Ma c’è poco vento…”. Tutte scuse. Arroganza spartana, ma poi niente addominali, niente coraggio. 
Poi noi non siamo discendenti di quelli delle Termopili. Noi discendiamo dai Parteni, i figli delle vergini. 
Laicamente, figli di puttana cacciati di casa.  Questo posto è stato il loro rifugio. Forzando la mano alla storia 
e all’etimologia siamo parenti stretti di Cristo. Va da se che tocca essere messi in croce. Troppi pensieri, mi 
viene da ridere. Basta cosi. Corro, devo correre, devo pensare a correre. C’è la maratona di Torino ad Aprile.
 Mio padre lavorava alla Fiat, tornò per farmi nascere a Taranto. Io lavoro a Torino ogni mercoledì e giovedì.
 Karma circolare. Guardo il mare come quasi trent’anni fa quando ascoltavo le sirene delle navi mercantili e 
speravo di andare lontano. Fatto. Il mio ritmo di corsa  è aumentato. Il corpo ha ragioni che né la mente né il 
cuore conoscono. Scendo verso piazza dell’Orologio ed ora accelero in piano per i prossimi due minuti. Il 
colore Paul Newman del mare è lo stesso degli occhi di mia figlia. Colore mare di Settembre al Tramontone.
 Penso in codice, pochi iniziati possono capire. Quel colore particolare è un carattere recessivo rivelatosi tra 
le risaie, nascosto nel marrone terrone dominante dei miei. Quel colore racconta storie di viaggi violenti e di 
incontri-scontri, come in tutti i posti di mare, ma qui di più. Topazi ingravidati di futuro. Ho visto tanti occhi 
normanni tra questi vicoli. Molti portati da donne-anfora bellissime, se mute. Qui tutti si sono fermati a far 
l’amore. Anche il mio derelitto antenato francese. Chissà da dove arrivava e quante cicatrici aveva addosso. 
Poveraccio, aveva deciso di restare dove tutti odiavano i soldati Francesi arrivati come straccioni ai comandi 
di un generale-scrittore le cui ossa furono disperse per sfregio.  Perché? Ah, les liaisons dangereuses ,  forse 
un altra vittima dell’amore? I'm gonna give you my love Wanna Whole Lotta LoveUn obeso mi grida 
qualcosa in dialetto. Vivrà meno di me, probabilmente. Calore marcio, intriso di benzene e interiora di pesce. 
Rallento e mi preparo alla salita del Vasto.  Even flow, thoughts arrive like butterflies. Di nuovo ponte 
girevole, sono stanco. Non mi concentro sul ritmo. Penso troppo, non corro, scappo. Invelenito da freddo
 amore. Tutti sono arrivati e si sono fermati qui. E’ colpa della luce. Ho viaggiato per 44.000 chilometri e
 non ho mai visto una luce cosi solida, benigna, viva. Io sono andato via. Non potevo non andare. Marchiato
 da DNA mobile. Discendo da viaggiatori, appartengo al mare. Sempre uguale, sempre diverso, sempre in 
movimento, sempre attraversato da correnti profonde. Non posso stare fermo, corro, viaggio. Villa Peripato, 
marciapiedi distrutti all’ombra del muraglione che nasconde poche navi grigie. Conosco persone nate e vissute 
sempre nello stesso quartiere. Io (noi) forse sono (siamo) più felice(i). Forse abbiamo vissuto di più. Noi 
conosciamo altri giardini. Sappiamo che quello del nostro passato è stato distrutto. Abbiamo semi però.  
All I ever wanted, all I ever needed, is here in my arms, words are very unnecessary, they can only harm.  
Sono felice di correre qui. In via Fratelli Mellone corro incontro alle auto, poi via Cesare Battisti. Quando arriverò
 a casa, mi toglierò la maglietta. Sarà poliestere bollente intriso di  scirocco e di pensieri. Mia suocera pensa che sia
 pazzo. Forse ha ragione. Si, ha ragione, ma non lo saprà mai. Accelero l’andatura, ora posso, ora devo. Torno a casa, 
  sto tornando, sto tornando, sto tornando, sto tornando, sto tornando...

Tuesday, January 25, 2011

Libeccio (VI)


L’Alfa  che sta parcheggiando nel cortile interno del carcere è rossa, senza un copricerchione e con qualche ammaccatura. Un poliziotto, sicuramente. Il Direttore del carcere aspetta da un’ora l’arrivo di un paio di visitatori per la Di Stefano.
L’auto rossa riflessa negli occhi del Direttore solletica i pensieri.
 “Avrei preferito che fosse arrivato un carro funebre o un’ ambulanza. Quella povera donna sta morendo, e se non è morta sotto interrogatorio in questi mesi è un miracolo. Bisogna essere molto freddi per fare il Direttore di un carcere come questo. Bisogna scordarsi di pensare e far finta di non essere vivo. La Di Stefano è stata un simbolo per molte persone in questi anni, una speranza. Basta, ci sono cose che non bisogna neanche pensare. Avrei voluto aiutarla. Magari questo avvocato potrà farlo, far sapere quello che è segreto. Basta cosi. Pensare queste cose è pericoloso, possono poi affiorare nelle parole e sarei finito.”
L’interfono squilla nell’ufficio del Direttore. “Dottore, è arrivato l’avvocato della Di Stefano con il Commissario Montroni…”
“Falli salire, li accompagno io”
L’avvocato e il poliziotto salgono delle scale strette e scure nell’ala degli uffici del carcere. Il commissario Montroni ha lasciato in custodia la sua pistola e si sente nudo. L’avvocato stringe il manico della sua borsa e cerca di non pensare. Ha freddo.  Il secondino che li scorta ha poca voglia di salire le scale, ha le spalle curve e trascina ai piedi lasciando una scia di tanfo di sudore che fa rimpiangere ai due il vento del cortile in cui hanno lasciato l’auto. Appena sceso dall’Alfa l’avvocato ha sollevato la testa e chiuso gli occhi per annusare l’aria. Il commissario se ne è accorto: “Qualcosa non va?”
“Niente…sta arrivando una libecciata, si sente nell’aria.” Il Commissario ha guardato il cielo azzurro con nuvole alte e stracciate e ha pensato di non aver mai visto un avvocato annusare l’aria come un cane da tartufi o un pescatore. Che strano il mondo! Non sa esattamente perché, ma quello spilungone ben vestito comincia a sembrargli più accettabile come compagno in una assurda mattinata di lavoro.
Il secondino bussa ad una porta chiara ed entra facendosi subito da parte. L’uomo in piedi accanto ad una scrivania chiara è il direttore. E’ un uomo non molto alto, olivastro e con dei capelli troppo scuri per la sua età. “Buongiorno, sono Antonio Iodice,  il direttore del carcere…vi attendevo…immagino che vogliate incontrare subito la nostra ospite?”
Strette di mano  rapide, sguardi rapidi, pensieri rapidi, quasi si avesse paura di dire altro, di pensare altro. Come ad esempio fa l’avvocato:
“La vostra ospite? Ospite? Che cazzo dice questo…”
“Prego vi faccio strada”. Il commissario e l’avvocato seguono la scia del dopobarba di marca usato con abbondanza forse per l’occasione e attraversano corridoi scuri e pozze di luce ferma. Il clangore di metallo incardinato li accompagna, ma nessuna voce li attira mentre scendono nelle viscere del carcere a cercare l’ultima porta dell’ultimo corridoio. L’avvocato sente di scivolare verso un qualcosa per cui non  è preparato e vorrebbe accanto qualcuno, un amico magari, ma accanto a se trova quel poliziotto ostile e davanti solo parole “absit iniura verbis, naturalmente…ma un delinquente è un delinquente…non pensate? E poi diciamolo…”. Il direttore riempie i corridoi di chiacchiere, sembra un bambino spaventato davanti ad una vaccinazione che parla allontanando il momento fatale dell’ago. Il terzetto svolta ad angolo retto in un nuovo corridoio, sezione femminile C, massima sicurezza, una sola cella, tre donne in uniforme sedute ad un tavolo. Una legge una rivista, un'altra sferruzza e l’ultima fuma guardando il soffitto. Gli strumenti di lavoro svaniscono cosi velocemente che il commissario non è sicuro di averli visti. La noia scivola via dai visi femminili mentre l’ultimo cancello cigola.

In quella cella in fondo al corridoio sono segregati i pensieri di Silvana che galleggiano toccando i muri sporchi, volano sul soffitto pieno di nidi di ragno e cadono sul letto sfatto su cui una piccola donna biondo-bianca è seduta con le gambe attaccate al corpo e le mani che accarezzano le lenzuola verdi con dei grandi papaveri disegnati sopra. I pensieri saltano verso la finestra con le sbarre e cercano di guardare fuori, ma fuori c’è solo un muro grigio, allora rientrano in cella e si siedono accanto alla donna.

“Se non mi muovo non sento male. Se non mi muovo va tutto bene. Passo il tempo seduta qui, spalle al muro e mi perdo dove nessuno può raggiungermi. Possono tenermi qui tutto il tempo che vogliono, tanto io non ci sono. Ho perso la parte migliore di me e mi è rimasto il dolore, ma se sto ferma non lo sento. Seguo il cammino del raggio di sole che cola dalla finestrella in alto. E' il dito di Dio che disegna sulla mia anima. Disegna le strade che ho attraversato e che non mi sporcheranno più le suole delle scarpe. Sto ore ferma qui e vado lontanissimo, ma il dolore non mi segue. Se non mi muovo non soffro, mi dimentico di me. Non mi dimentico di te, però. Allora sento il dolore tutto insieme e sento di affogare, ma il segreto è non muoversi neanche in questi momenti, ferma, immobile. Quando l'inferno mi chiama, io sto ferma, non scappo e guardo nella luce dove solo io so muovermi. Non mi chiedo mai quando finirà, forse oggi, forse mai, non sento più il tempo, resto immobile e non sento dolore. Penso che oggi qualcuno arriverà e sei arrivato tu. Tu e tutto il dolore da cui fuggo.
Oggi qualcuno verrà e tutto finirà. Allora godiamoci questa pace e camminiamo per le strade di Dio”

L’ultima serratura fa sentire la sua voce e esausta si arrende aprendo la porta della cella di Silvana, la sua ultima tana.

Tuesday, January 18, 2011

Libeccio (V)

Arriva al pianterreno senza accorgersene, come camminando in una bolla di vetro. Allo stesso tempo i la sua percezione si è acuita in maniera dolorosa. Sente tutto l’universo in contemporanea. E’ come aver vissuto in apnea per anni e ora l’aria entra violentemente nei polmoni della sua anima e fa male, fa molto male. La luce d’Aprile che spacca le vetrate gli ferisce gli occhi, il brusio della gente l’assorda. Entra nella caffetteria e sente di svenire mentre l’odore di caffè e cornetti, dopobarba e profumi, pelle e capelli lo inonda.  Si appoggia al bancone per non cadere e osserva con maleducazione il labbro leporino dell’apprendista barista che non gradisce.
“Mi scusi un caffè corretto al cognac”
“Finito”
“Cosa?”
“Il cognac”
“Normale allora”
Giorgio Pittaluga si volta e si ritrova ad osservare con interesse due peli neri lunghissimi che crescono sulla sommità dell’orecchio dell’avventore accanto che, sentendosi osservato, si gira con la tazzina ancora a mezz’aria. L’avvocato risponde con una smorfia strana che vuole essere un sorriso. L’urto della tazzina sul piattino lo riporta alla realtà. Il suo caffè è pronto e lui cerca di berlo chiudendo gli occhi.
“Avvocato Pittaluga?”
La voce rauca lo costringe ad aprire gli occhi. Una specie di poliziotto da fumetto è a mezzo metro da lui e sembra volergli sbarrare ogni via di fuga. I capelli castani sono lunghi ed arruffati come lunga è la barba con qualche pelo grigio. Jeans da telefilm americano sporchi e troppo stretti lottano con una pancia evidente che non gli permette di chiudere il giubbotto di pelle marrone troppo usato e di due taglie più piccolo. Solo gli occhi non sono da fumetto, cosi come non lo è il gonfiore sotto l’ascella sinistra. Avrà trenta, trentacinque anni, porta  la fede ma la sua trascuratezza è da uomo solo. Le spalle, le braccia e il torace indicano chiaramente che non è uomo da mediazione, ma si può avere paura di un uomo con le spalle ricoperte di forfora? Si, se ti guarda da mezzo metro e non ha una voce gentile.
“Si?”
“Sono il commissario Montroni”
“Piacere…posso offrirle un caffè?”
“No…abbiamo da fare.”
L’avvocato fa spallucce, finisce il suo caffè e allunga qualche moneta sul bancone.
“Tieni il resto”
L’apprendista barista non mostra riconoscenza.
“Andiamo?”
“Andiamo…il Dott.Locchi preferisce che usiamo la mia auto…”
“Va bene, mi faccia prendere solo il soprabito dalla mia…”
“E’ necessario?”
L’avvocato si ferma nel mezzo dell’entrata del bar, con il suo bel abito grigio e la sua borsa scura e guarda il poliziotto negli occhi. Sa che  sarà il suo cane da guardia per le prossime ore, sarà il testimone del suo tradimento, spera che gli abbiamo fatto l’antirabbica e che la sua auto non sia popolata da troppi agenti patogeni. Sa anche di essere comunque l’avvocato Pittaluga e che tra poche ore tutto tornerà come prima. Restano fermi lì, in mezzo al via vai di persone che li urtano guardandosi negli occhi per qualche secondo.
“Si, è necessario”.
L’avvocato esce dal tribunale precedendo il poliziotto silenzioso e si avvia alla sua auto. Si riprende il soprabito e si lascia guidare senza una  parola verso una vecchia Alfa Romeo scura a cui manca un copricerchione. Il motore però è ancora in ottimo stato, si schiarisce la voce e mentre l’avvocato cerca di allacciarsi la cintura di sicurezza, l’improvvisa accelerazione lo schiaccia allo schienale. Il sorriso del commissario chiarisce chi ha in mano lo scettro del potere, ora. Un potere di vita e di morte.
"Sa, avvocato... sono io che l'ho arrestata!"
L'avvocato guarda la strada oltre il parabrezza.
"Complimenti"