Rat race

Running

Friday, August 3, 2012

L'uomo calvo (perchè ho smesso di scrivere)

Li guardavo, certo di trovarmi in un sogno.
 "Magari vi ho sognato... vi sto sognando perchè vi ho descritti...meglio...vi ho creato io! I due si guardarono in silenzio. Le mie parole li avevano colpiti, mi stavo dichiarando come il loro Creatore e quesi due delinquenti da strapazzo non credevano alle mie parole! Erano chiramente a disagio. Dave si mantenne fermo agganciandosi con le mani al tavolo mentre Bud aveva messo a dura prova la resistenza dello schienale della sedia e la sua carne era fuoriuscita tra le listelle di legno.
"Ma visto che ci siamo, parlatemi di voi...ditemi chi siete esattamente, cosa fate per vivere...così per fare due chiacchiere..."
I miei due ospiti si guardarono ancora e Dave fece un segno di assenso con la testa a Bud che attese alcuni secondi prima di parlare. Raccolse le idee, rialzò la testa e cominciò un lento rosario con la sua voce profonda mentre si strappava della pelle morta dall'orlo delle unghia cortissime.
"Mi chiamo Bud Hessinger e sono nato per fare del male come diceva la mia povera mamma,  perché ho le mani enormi ed il cervello piccolo, troppo piccolo per fare qualcosa di buono come diceva la mamma, eppure tutti mi chiamano Bud il poeta perché un pomeriggio, qualche anno fa, ero completamente fatto di acido, ho scritto una poesia su un muro della 49ma di fronte a due poliziotti che hanno riso per una settimana per il fatto che ballavo mentre scrivevo con lo spray e sbagliavo le parole, ma quella volta sono stato felice perché ho sentito qualcosa dentro che voleva uscire e non mi importava delle risate dei poliziotti mentre mi sbattevano sul cofano dell'auto per ammanettarmi senza riuscirci perchè le manette erano piccole per me e hanno usato delle strisce di plastica poi o di quello che avrebbe detto mia madre, volevo solo scrivere queste parole:

Ci sono sacchi di dolore caricati su spalle piegate
Ci sono rubinetti di fiele aperti notte e giorno
Ci sono cose che non sò spiegare, ma che uccidono me e te

Non ho più provato una sensazione come quella, non sono più riuscito a trovare un acido così buono, ma da allora tutti mi chiamano Bud il poeta.  Quella scritta é rimasta su quel muro per mesi e io andavo a guardarla quando nessuno era in giro, per capire quello che avevo scritto. Qualche coglione ha detto che l'avevo copiata, ma non era vero ed avevo scritto fiele perché avevo sentito che era qualcosa di molto amaro e disgustoso. Poi quella scritta l'hanno cancellata, ma io me la ricordo ancora ed uno di questi giorni giuro che gliela riscrivo." Finì di bere e sorrise a tutti e due e mi sembrò di vedere un'ombra di rossore sul suo viso, ma sarà stato il vino. Era finalmente rilassato, quasi contento e bevve un altro sorso .
Pensai alle lezioni all'Università sulla capacità di alcune droghe di espandere la coscienza, di farti viaggiare in altre dimensioni della realtà che altro non sono che parti della nostra mente abbandonate come i vecchi magazzini del porto. Vidi per un attimo Bud vestito come uno sciamano indiano intorno ad un fuoco lontano.  Ma Bud Hessinger non era un  nobile atzeco, non era un vecchio sciamano, non era nulla.
"E tu biondo, chi sei?"
Dave Smear era stato a giocherellare con una penna poggiata sul tavolo, apparentemente disinteressato al racconto di Bud. Cominciò a parlare senza distogliere lo sguardo dalla penna che faceva roteare lentamente.
"Mi chiamo Dave, Dave Jr, mio padre si chiamava Dave, Dave Senior, si chiamava perchè un giorno l'ho ucciso, l'ho buttato di sotto dalla scala antincendio. L'ho portato io li, era ubriaco come sempre, ma stavolta troppo per capire. L'ho portato lì e l'ho appoggiato alla ringhiera. Poi l'ho guardato in faccia, e l'ho spinto di sotto e l'ho visto cadere, l'ho guardato mentre cadeva con la sua faccia stupida e i baffi lunghi da messicano e le mani che tentavano di aggrapparsi all'aria. Non ha gridato, troppo ubriaco. C'ha messo una vita a cadere. poi ho sentito un colpo secco come un bastone che si spezzava sulla schiena. Stavolta è stata la sua schiena a spezzarsi. E' morto con gli occhi aperti."
Dave face una pausa e sollevo il capo a guardarmi negli occhi, quasi a controllare l'effetto delle sue parole.
Mi chiedevo cosa dire, se credere o meno a quella voce leggera che aveva confessato l'omicidio di suo padre. Ma più di tutto mi meravigliava il fatto che stessi pensando tutto ciò. in fondo ero convinto di sognare e allora che imporatnza poteva avere cosa chiedere o come chiedere. All'improvviso sentì la mia voce porre la seguente domanda : "Cosa si prova ad uccidere?"
"Campione mondiale di psicologia applicata" pensai.
"Mah! Non lo so, quella volta provai un senso di liberazione, come se avessi schiacciato un insetto fastidioso, poi sentì un vuoto. Quando uccisi un portoricano qualche giorno dopo con la pistola che avevo comprato da Jimmy Jamaica, ho avuto paura, paura da vomitare,  paura di essere preso, ma poi  ho visto che nessuno mi ha seguito e che le pallottole non hanno la tua firma ed il tuo indirizzo sopra e allora sono stato solo attento solo attento a non farmi beccare dal piombo degli altri perché brucia, brucia molto e cosi ho trovato il modo di fare soldi con il mio amico Bud".
Dave aveva parlato senza distogliere i suoi occhi dai miei.
Non provavo paura, ma improvvisamente sentii sulle spalle una terribile tristezza, un senso di inutile desolazione, come se tutta la mia energia fosse stata risucchiata in un vortice di giorni inutili come cocci di bottiglia sparsi per strada, inutili e pericolosi, buoni solo per la spazzatura. Appoggiai le braccia al tavolo e vi nascosi la testa. mi addormentai, o meglio pensai di addormentarmi. Riaprii gli occhi svegliato dallo sferragliare di un tram. Il mio orologio mi informò che erano le cinque e ventisette minuti. Mi guardai intorno, ma nella penombra non vidi nessuno. Con uno sforzo sovraumano riuscii ad alzarmi dal tavolo per lasciarmi cadere immediatamente sul divano lì accanto. Ero a pezzi, dentro e fuori. Mi riaddormentai con le lacrime agli occhi senza un motivo preciso e mi risvegliai dopo tre ore. Era tempo di tornare a caccia di lavoro.
La giornata scivolò via senza nessun risultato, tornai a casa presto, nel primo pomeriggio, e ricominciai a scrivere il mio racconto senza pranzare. Il frigo era vuoto e gli avanzi erano finiti. Dopo le prime righe li sentii. Alzai lo sguardo e Dave e Bud erano lì davanti, come la notte precedente. Quando li vidi mi guardai rapidamente intorno per cercare qualche indizio del mio stato onirico, ma non ne trovai. Non stavo sognando. Bud e Dave erano in piena luce di fronte a me. Li salutai e riprendemmo a chiacchierare. Passarono ore in cui i due mi raccontarono di tutto, come fantasmi invitati  da una medium a raccontare le loro pene. Ogni tanto prendevo discretamente appunti. Continuammo sino a che non mi addormentai ancora.

Wednesday, August 1, 2012

Io sono tarantino

Io sono tarantino. Non lo dico alla Kennedy, per empatia o per opportunità politica.  Io sono proprio nato lì, vissuto lì per 19 anni, ci torno a Natale e qualche giorno in estate perchè il mare è splendido e mia madre, mia sorella e mio fratello vivono, lavorano e crescono i propri figli laggiù. Mio padre lavorava nell'Arsenale della Marina Militare; tutti i miei zii, molti miei cugini, molti amici d'infanzia di mio padre, molti loro figli, lavoravano o lavorano all'ILVA, che per molti di noi è ancora l'Italsider. Io sono nato e cresciuto nel rione Solito-Corvisea, zona est della città, diametralmente opposto rispetto al quartiere Tamburi, quello povero e degli operai, quello che si affaccia sul porto, stretto alle spalle dalle colline artificiali, pieno un tempo di fabbrichette artigianali intorno alla stazione ferroviaria. Mia moglie è nata lì. Ci è vissuta sino ai 5 anni, poi anche lei si è spostata a est, lontano dalla fabbrica, quella che ha fatto diventare ricchi molti piccoli imprenditori, qualche mafiosetto, quella che ha reso moderna la mia città. Basta fare gli emigranti o andare in marina (che in fondo è la stessa cosa...) vieni a lavorare all'Italsider!!! Negli anni settanta e per buona parte degli anni ottanta lavorare all'Italsider era una vera fortuna, potevi facilmente comprare casa, guadagnavi molto più degli altri lavoratori, avevi un quartiere moderno a disposizione per crescere i tuoi figli nel verde (PAOLO IV, in onore del Papa in visita), il futuro era radioso, finalmente, vacca ladra della fortuna, finalmente ti sei fermata in riva allo Ionio! Tutti erano orgogliosi della lava creata negli altiforni e dell'acciaio migliore del mondo! Per trent'anni nella mia città ci sono state solo acciaio e  chiacchiere. Molte chiacchiere, come adesso.
Poi sono cominciati i guai, la vendita o meglio la svendita dell'Italsider, è finita la pacchia e le rughe della sposa d'acciaio sono diventate sempre più evidenti, nello stillicidio di incidenti e morti (che ci sono sempre stati, ma nessuno se ne accorgeva), licenziamenti, mobbing, cassa integrazione etc etc. Intorno però non cresceva nient'altro solo chiacchiere ipnotiche e soporifere. Chiacchiere e occhi chiusi. Anche io ho sempre visto la polvere rossa sulle strade, anche io sapevo della diossina e dei metalli pesanti, ma ho chiuso gli occhi. Vivevo ormai da un'altra parte. Pensavo" Effetti collaterali, non ci si può fare nulla. E se la fabbrica chiude questi dove vanno a lavorare? Come vivono?"
 E tutti ora si battono il petto, anche quelli che non hanno mosso un dito e hanno fatto solo chiacchiere (volevo scrivere "anche quelli che non hanno fatto un cazzo e sono stati a guardare", poi ci ho ripensato).
Adesso chi paga? I Riva e lo Stato. Bisogna cercare di mettere a posto quello che si può, ma noi tarantini dove eravamo? Sotto ricatto forse, o muori prima o poi o lavori adesso, ma non è solo questo. Voglio essere onesto sino in fondo.
I tarantini e Taranto hanno molti difetti, troppi, e io sono tarantino. I tarantini sono stati degli stupidi caproni.  Loro e i loro sindacati. Bisognava capire che era ora di fare altro e meglio, bisognava staccarsi pian piano da quella mammella avvelenata. Lo sapevano tutti, ma si è preferito chiudere gli occhi e respirare a pieni polmoni. Non c'era alternativa e quelli che hanno governato la mia città se ne sono bellamente fottuti di costruire un futuro diverso o di cambiare qualcosa, di difendere la mia gente, anzi alleati con i mafiosi locali hanno conservato lo status quo, consegnando i nostri figli nelle mani di chi , come imprenditore, conta i soldi non le anime. Il ministro dell'Ambiente mi sembra persona seria, ma Taranto e il sud in genere hanno bisogno d'altro. Ha bisogna dei meridionali. Guardando uno dei vari servizi da Taranto nei giorni scorsi ho pianto. Tranquilli, non mi ha visto nessuno. Erano lacrime fredde, già viste, lacrime abituali di chi vede la propria terra e i suoi fratelli attraversare l'ennessima sofferenza. Io sto con gli operai, io sto con i magistrati, io sto con gli ambientalisti, io sto con i tarantini. Ma quando smetteremo di far scrivere la nostra vita dagli altri e ringraziare per ogni biscotto per cani che ci lanciano? La fabbrica deve restare aperta ed essere resa meno inquinante, ma bisogna pensare ed agire per un futuro prossimo. Ci sono altre fabbriche li intorno, c'è una raffineria. C'è tutto un futuro da inventare.
Mia madre vive a Talsano ora, ancora più ad est. Quando le telefono capita che mi dica "ho pulito i balconi, sai...è arrivato il fumo dell'Italsider sino qui..."
Buona fortuna Taranto.

Wednesday, July 25, 2012

L'uomo calvo (ritorno alla normalità...)

Sono tornato a casa di domenica sera. La mia città è più brutta del solito sotto la pioggia. Io mi sento più giù del solito. Entro nel mio appartamento e il suo buio tiepido mi sussurra le solite paroline dolci: "Bentornato padrone, fatto buon viaggio? Bentornato alla tua solitudine. A proposito, nessuno ti ha cercato."
Accendo la tivu e cerco in frigo qualcosa di ancora mangiabile. Pizza surgelata. Apparecchio per uno, tovaglietta, calice di vino, bicchiere per acqua, posate e piatto veri. Niente plastica. Bisogna avere rispetto per se stessi, bisogna amarsi. Spalanco la bocca del microonde e ci infilo la mia "margherita ricca come da tradizione".  Nel balconcino della cucina vive rigoglioso il mio piccolo orto di piante aromatiche, protette da mini-serra. "La pizza senza basilico è come una donna senza minne...". Frase tipica di Silver la puzza, Salvatore la puzza da Sciacca, un vero siciliano da commedia all'italiana, con gli occhi chiari e i capelli ricci, allergico all'acqua, ma sciupafemmine, amico della mia vecchia compagnia del liceo. La stessa di Joshua, l'ebreo, ora Joshua il calvo, anche lui coinvolto nel cammino di liberazione dalla scrittura. Tra due giorni mi ricapiterà di vederlo. Chissà. Non so se sperare o temere un altro incontro. Dovrò andarci comunque alla riunione. Ne ho bisogno. Non devo scrivere, non devo, anche se la tentazione è forte, non devo ricominciare, perchè so cosa accadrà dopo. Ricomincerà quello che era cominciato tanti anni fa e che mi aveva portato quasi alla follia. E non voglio più che accada. Ora c'è Julia, ora ho una vita.
Tanti anni fa, dopo l'università, vivevo in una casa molto più piccola di questa, un monolocale con bagno cieco e una finestra che si chiudeva con difficoltà, un divano letto mezzo sfondato e un tavolo di fortuna messo insieme con due cavalletti e un piano di scompensato spesso. Cucina, soggiorno, salotto, vista sul  palazzo di fronte. Cosa può volere di più un brillante laureato alla ricerca di primo impiego che si nasconde molto bene?  Soldi pochi, pochissimi allora e sogni grandi, come quello di diventare l'Hemingway italiano. Scrivevo racconti che nessuno leggeva, tranne gli amici e la ragazza di turno, vagavo tra un colloquio di lavoro e l'altro, mi svegliavo pieno di ottimismo ed andavo a dormire triste. L'aspetto peggiore e che mi stavo abituando a quella vita. e l'altro. Una sera, dopo una cena pantagruelica con gli avanzi dei due ultimi giorni, avevo voluto riordinare le idee per l'ultimo racconto su una bella risma di carta bianca che avevo rubato la settimana prima dall'ufficio della ditta Giangiacomo Sposini e Figli dal 1954 dove ero stato per un colloquio di lavoro. Era lì, in mezzo a tante altre e si vedeva che non aveva voglia di essere usata per fotocopiare fatture, protesti e conti. Non aspettava altro che essere usata per un sogno.  Io la accontentai: mentre la segretaria era in bagno afferrai la risma e la feci sparire tra le fauci della mia borsa vuota che portavo solo per darmi importanza. Tutto era andato per il meglio ed uscii soddisfatto da quell'ufficio anche se non avevo trovato lavoro.  Avevo cibo per la mia fantasia, avevo inchiostro, avevo idee e mi sentivo un pò felice. Mi ero rinchiuso nella bolla di luce della lampada del mio tavolo da lavoro ed avevo viaggiato nel buio per buona parte della notte.  Avevo attraversato un lago di silenzio interrotto solo da voci lontane di vicini come piccole luci che ne disegnavano le sponde.  Fuori un tram fuori sferragliava, i vetri della mia finestra tremavano spaventati. Tutti i miei pensieri erano diventati inchiostro, adesso l'inchiostro era finito. Tentai di ricaricarmi con un bicchiere di vino in busta, ma il suo gusto amarognolo in fondo alle fauci diede il segnale della fine dela navigazione. "Tutti in branda".
Non finii di alzarmi dal tavolo. C'era qualcuno nella stanza.  Non li vidi, avvertii la loro presenza. Non sapevo cosa fare: fuggire, urlare, parlare. Qualcuno dal fondo della stanza si muoveva verso di me entrando pian piano nelle zone periferiche della bolla di luce. Due paia di gambe, scarpe pesanti.  Due sagome apparvero ai lati del tavolo. Guardai prima l'uno e poi l'altro, avrei voluto dire qualcosa.  Invece rimasi muto, poi li riconobbi rimproverandomi di non averlo fatto  prima. I due protagosnisti dei miei ultimi racconti su una banda di spacciatori di Seattle erano nella mia stanza, ai lati del tavolo a notte fonda. Bud Hassinger e Dave Smear mi fissavano. Era chiaro, stavo sognando.  Mi rilassai mentre osservavo Dave girare i fogli che avevo riempito per leggerli.
"Non mi aspettavo una vostra visita" dissi massaggiandomi gli occhi e pensando che fosse strano provare sonno durante un sogno. Sbadigliai. Loro non risposero, Bud si guardava intorno stupito di essere lì. Hassinger era obeso, non molto alto, impacciato nei movimenti, con le braccia lontane dal tronco come in certi pupazzi per bambini , colorati e rotondi.  Mi colpirono le sue mani enormi, lunghe quanto il suo avambraccio e più larghe della sua faccia. Io non le avevo immaginate così. Questo era un segno inequivocabile che i personaggi di un racconto hanno bisogno solo di essere abbozzati, poi cominciano ad evolversi per conto proprio, seguendo sentieri misteriosi ed imprevedibili.  Smear invece era alto e magro, triste. Lunghi capelli biondi e sporchi gli coprivano in parte il viso mentre sembrava leggere ciò che avevo scritto.  Sapeva leggere o guardava i segni senza senso?  Era stranamente ben rasato. Sulla maglietta rossa una scritta nera "Rage against the machine", il nome di un gruppo hard-rock-punk e qualche cosa d'altro.  Non ricordavo più, era passato tanto tempo da quando ascoltavo la musica a tutto volume per non sentire altro.  Dalla cintura che a fatica teneva su un paio di pantaloni troppo larghi, partiva una catena d'orologio che si indovinava in un rigonfiamento della tasca destra.  Le  sue scapole erano due pinne di squalo che spuntavano aguzze da un  giubbotto militare. Avevo la triste impressione che quella schiena avesse familiarità con le cinghiate alcoliche di un padre fortunatamente poco presente.  "Sedetevi, prego...." dissi non essendo sicuro che mi potessero capire.  Li avevo immaginati americani, americani della West Coast, ma quello era un sogno, quindi mi avrebbero capito sicuramente.  Bud non era sicuro di aver capito bene, ma seguì ciò che fece Dave.  Prese una sedia bassa ed una volta seduto la sua faccia rotonda arrivava all'altezza del piano del tavolo. Dove prese uno sgabello come il mio.  Li guardai.  Ero in presenza di due disperati Don Chischiotte  e Sanco Panza, che mi guardavano a loro volta muti, aspettando una rivelazione dal loro creatore.  Sorrisi "Volete da bere?" Si guardarono sorpresi ed io cominciai a versare il vino in alcuni bicchieri di plastica che avevo preso con gesto felino dallo scaffale alle mie spalle.  Alzai il mio bicchiere e contento come non lo ero da tempo augurai "Prosit!".  Loro mi sorrisero senza capire ed alzarono i calici postindustriali.  Bevemmo insieme. "Dite un pò, giovanotti, che ci fate qui?" 
Li chiamai giovanotti perché sembravano molto più giovani di me. Bud non capì subito, aggrottò la fronte e stavolta Dave parlo con una voce sottile e lontana, immatura. "Non sappiamo....forse ci hai chiamato tu... non lo so....".

Thursday, July 19, 2012

Scusate, non lo farò più...

Scusate tanto, amici. E' l'ultima volta, giuro! Ma ditemi un pò voi, quante pagine dovrebbe scrivere uno di noi per descrivere l'aspettativa di felicità di Snoopy? Non aspettiamo anche noi mendicanti (ognuno di noi), lì accucciati davanti alla vita,  una manciata di felicità? Senza neanche sapere se sarà la felicità che sogniamo...
Buona giornata
B

Wednesday, July 18, 2012

Chi dei due?

Oggi mi sento esattamente cosi! "Come Snoopy o come Woodstock?" chiederete voi. Il bello è questo: non lo so!  Ah, la poesia dei Peanuts!!!

Thursday, July 5, 2012

L'uomo calvo (cene e cene e cene)

La mano me la lasciò lei. La cameriera anziana si piantò alle sue spalle dicendole qualcosa che non capii, ma il tono spiegò tutto. Il locale andava chiuso. Lei mi sorrise quasi scusandosi dell'intrusione, voltò la testa e sentii la sua voce un pò stizzita :"Oui, oui, tout de suite...".
Mi sorrise ancora, mi lasciò la mano e ci alzammo da tavola. "Oggi offre la casa...a domani!". Non era un invito, era un ordine. Sparì con il suo calice nella cucina del locale. Osservai i suoi fianchi per un attimo e provai una tremenda fitta di desiderio nel basso ventre. Mi voltai e incrociai lo sguardo della cameriera. Se avesse guardato un cane rognoso i suoi occhi avrebbero avuto un'esperssione più dolce. Da bravo simpaticone alzai il calice nella sua direzione per un brindisi muto, svuotai il bicchiere e solo il pensiero di non sporcare la mia giacca mi impedì di asciugarmi le labbra con la manica. Posai il bicchiere e uscii salutando in italiano. Fuori laserata di settembre era dolcissima, il traffico quasi inesistente. Mi chiesi se aspettarla o meno li fuori. "No, oggi no. Aspetta".  Mi sorrisi pensando alla saggezza che una vita difficile come quella che avevao vissuto sino a pochi anni prima può infondere. Mi allontanai a passo lento, mani nelle tasche, verso il mio hotel. Quello che accaddè poi è facile da intuire. Julia era, ed è, una donna corazzata. Ci volle tempo, fiori e una presenza costante e silenziosa. Le spiega il mio lavoro, ci raccontammo molte verità e qualche bugia, qualche omissione, ci tenemmo per mano molte sere. Il locale era suo, eredità di un padre simpatico e presente, e di una madre alcolizzata. Questo spiegava molto, anche il suo impegno nel continuare la tradizione di famiglia. Poi una sera mi invitò da lei, in un piccolo appartamento nello stesso stabile del locale, secondo piano, grande vetrata liberty, tanti libri, un grande divano bianco, e facemmo l'amore come se io avessi sempre fatto parte della sua vita e lei dela mia. Sono passati quasi tre anni, non uso casa sua quando sono a Parigi, prendo sempre una camera nel solito albergo. Viviamo cosi, legati l'uno agli occhi dell'altra, con le mani incollate appena possibile. Il mese prossimo verrà da me in Italia, dice che mi ha dato abbastanza tempo per nascondere mia moglie e i miei quattro figli e mi sorride.Non abbiamo mai parlato di avere figli insieme, o di avere una casa in comune. Lei ha il suo bistrot, io non ho niente se non lei e questa segreta angoscia di non riuscire più a scrivere una riga di un racconto o di una poesia. Ho smesso anche di leggere. Ho pensato ad una malattia, ad un distturbo neurologico, ad un tumore cerebrale. Appena possibile mi farò visitare. ma ho l'impressione di aver perso l'anima, ma sono sempre più sereno, forse è il prezzo della felicità. Adesso mi accontento di mangiare queste ostriche grasse, bere questo buon vino e  sorridere alla vecchia cameriera che mi odia.

Wednesday, July 4, 2012

L'uomo calvo (ho saltato un incontro)

Ho saltato l'incontro del giovedì. Ero a Parigi, per lavoro. Come ogni mese, da tre anni. Non mi è mancato. Julia mi ha riempito le braccia e non ho pensato a niente altro. Questa storia va avanti da due anni e mezzo. Forse perchè il mio francese fa schifo e il suo italiano è molto sensuale. Forse perchè doveva accadere tutto in questo modo. Comunque una settimana al mese a Parigi  non è male. La banca per cui lavoro ci tiene a far vedere di essere internazionale e manda me a bacchettare i soci francesi per dimostrare che bevono anche sul lavoro per fare delle cazzate cosi enormi. Devono bere per forza, e più bevono, più io me la spasso. Cosi ogni settimana, con la massima gentilezza, una solerte signorina, ogni settimana diversa, ma sempre fornita di tutto ciò che un maschio italiano arrapato, come pensano che io sia, può desiderare,  mi accompagna in un ufficetto al ventesimo piano di un grattacielo parigino e mi fa accomodare su una poltrona che comincio a consumare con il fondo dei miei pantaloni, mi porta una tazza di espresso italiano forte e una pila di documenti da esaminare. Li guardo appena, sorrido e comincia il gioco delle parti: loro mi forniscono dati falsi, io guardo fuori dalla finestra per una mezz'ora, alzo il telefono e chiedo di poter incontrare appena possibile il responsabile dei dati, un signore brizzolato e munito di baffi scurissimi, sempre abbronzato e dal portamento nobile. Non mi meraviglierei di vederlo arrivare con una giacca da caccia con i gomiti ricoperti di pelle, una doppietta sotto il braccio, circondato da una muta di cani ansimanti alla ricerca delle tracce olfattive di una lepre o di un cinghiale o di uno della servitù scappato con l'argenteria. E' un tipico uomo di paglia, messo li come parafulmine del mangiaspaghetti, cioè come  mio parafulmine. Accendo il mio computer portatile e in dieci minuti scrivo una piccola relazione il cui senso profondo si può riassumere con un termine inglese molto usato nel mio ambiente: bullshit. Stronzate. Se metà dei dati forniti fossero veri, la banca per cui io e i francesi lavoriamo potrebbe comprarsi la Cina.
Passerò il resto della settimana a verificare con loro quale sia la fonte dell'errore. Loro giustificheranno il proprio stipendio, io il mio e mostreremo al mondo che lavoriamo per evitare le brutte sorprese della crisi mondiale. Bullshit. Alle cinque uscirò dal grattacielo con tutti gli altri e andrò a bere qualcosa in un bistrot frequentato da tutti gli impiegati della banca e di altre banche vicine, il posto giusto dove crearsi una carriera o rovinarsela. Sorriderò, accetterò le solite battute, mi farò prendere per il culo per il mio accento. Tutto normale, in fondo per loro sono un povero diavolo mandato lì in punizione. Andrò via dopo un'oretta, e dopo tre fermate di metropolitana arriverò nella piazzetta dove si affaccia un ristorantino uscito da una pagina di Simenon, l'Ancienne Normandie, il locale di Julia. Entrerò e la cercherò tra i tavoli sempre affollati. Poi lei sbucherà dalla cucina con le braccia bianche piene di piatti colmi di pesce per i clienti abituali o importanti.  Mi guarderà appena, solo un mezzo sorriso mi farà capire che si è accorta di me. Arriverà Marie, la cameriera anziana, che lavorava già per il padre di Julia. Non mi sorriderà perchè pensa che voglia fregare la sua figlioccia, pensa che io sia un porco italiano. Ha ragione, in parte. Mi farà sedere ad un tavolo vicino al bagno, mi lascerà il menù che io non aprirò. Dopo mezz'ora  arriverà Julia con un piatto fumante, il piatto del giorno, e un calice di vino, quello della riserva speciale. Mangerò e aspetterò, guardandomi intorno, osservando i parigini mentre mangiano e si divertono, proverò a indovinare i loro pensieri, anche quelli che non sanno di avere. Guarderò Julia nella sua danza tra i tavoli, la cassa, i sorrisi dei clienti e i loro sguardi, i suoi sorrisi e sarò geloso come un porco italiano. Un tempo, seduto qui ad aspettare. scrivevo su fogli sparsi, tovaglioli, il retro di un blocchetto di assegni. Ora sono 88 giorni che non scrivo.Così ho conosciuto Julia. Il fascino dello scrittore.  Mangiavo in quel posto da un mese, mi piaceva e mi piaceva Julia, anche se non sapevo nulla di lei. La guardavo, ma senza troppa insistenza. Una serà arrivai tardi, quasi all'ora di chiusura. Lei mi sorrise e mi indicò un tavolo al centro del locale. Poco dopo arrivo con un paio di calici di vino. ne poso uno sul tavolo per me e mi chiese:" Elle est un écrivain ou un journaliste?" 
Ficcai il naso nel bicchiere. Un rosso fruttato.  "Non, je suis un scribe ...". Non era una bugia.
Lei mi guardò un attimo smarrita, poi i suoi occhi si chiusero mentro cominciava a ridere. Alzò il calice in un brindisi silenzioso e bevemmo. "Sei simpatico italiano...". Si sedette al mio tavolo, cominciò a parlare, troppo veloce per il mio francese. Lo capì dai miei occhi, si fermò, sorrise ancora. "Scusa...mi chiamo Julia..."
Mi porse la mano. La strinsi. Era bianca, piccola e inaspettatamente morbida. Non gliela lasciai per il resto della serata.