Non è un mistero per i visitatori di questo blog che io sia un tarantino. Uno nato e cresciuto a Taranto. Uno che l'ha abbandonata anni fa, molti anni fa. Uno che è stato abbandonato da lei anni fa, molti anni fa. Uno che la ama come si può amare una puttana (vedi post omonimo). Pensavo che il mio amore si fosse indebolito, diluito, perso come il mio accento, perso come la mia rabbia carnivora, perso come la luce dei suoi tramonti che esistono solo lì, tra le sue strade animate da un popolo strano e fuoriluogo in questo tempo crudele. Invece, questi giorni tristi dell'ILVA con delinquenti, collusi, corrotti e corruttori, preti sindaci, presidenti e assessori e vendette di mezzeseghe similindustriali, mi hanno fatto capire che io sono ancora un Tarantino, uno che si arrabbia, uno che combatte, uno che risale la china, uno che naviga di bolina stretta. Ascoltando la radio in auto stringevo il volante pensando a tutti i piccoli Tarantini che la storia ha incastrato in una trappola senza apparente via di uscita. "Non mollate, non mollate, non mollate...ribellatevi, non piegatevi, coraggio coraggio..." questo pensavo fermo al semaforo. Un cretino dentro l'unica auto in fila dietro la mia (alle sei del mattino) mi ha suonato appena è scattato il verde. Un cretino frettoloso. Ho staccato il piede dal pedale della frizione, due, tre metri e ho inchiodato tirando il freno a mano. E ho aspettato. Uno stupido terrone direte. Si, è vero. Il cretino ha esitato. Ho contato sino a dieci. Sono ripartito. Lui no. Sono stato uno stupido terrone. Si. In quel momento cercavo qualcuno con cui prendermela. La prossima volta devo pensare che anche l'altro potrebbe essere nella mia stessa condizione. Pazienza, è andata così. La rabbia è una cattiva consigliera. Poi stamattina, nella tarda mattinata, la mia donna mi ha mandato un sms. "Amore è successo qualcosa di brutto a Taranto chiama tua madre".
Torno in studio, sito di Repubblica...tromba d'aria a Taranto...danni...feriti...un disperso...gru divelta e scagliata in mare. Guardo un video, riconosco la zona, l'accento e vedo questa nuvola enorme e nera che ruota come un dito di Dio che voglia schiacciare un pidocchio. Vedo lampi ed esplosioni da film e vedo la tromba d'aria che si sposta urlando. E mi accorgo che sono ferito. Dentro. La porta dello studio è chiusa. Una lacrima si decide a uscire senza che me ne accorga. E' salata sulla labbra. Penso. "E ora che cos'altro potete farci? Siamo gli ultimi in tutte le classifiche, dove potete retrocederci?"
Un altro video del porto, auto accatastate, voci di gente in auto, dialetto, tra le parole sento sciolta la paura e questo mi fa male.
Non vivo li da secoli, ma una parte di me non è mai andata via, mai, e non ci posso fare niente.
Ora Tarantini, ultimi degli ultimi, sopravvissuti di un altro tempo, navigatori di guai, non mollate, non mollate, non mollate, per i vostri figli, per i nostri figli e per noi, per le donne senza denti che ho visto in un docufilm l'altro giorno, per tutti gli sconfitti come noi, non mollate. Fratelli miei neanche i tornadi possono spezzarci, alzate la testa e guardate oltre le ciminiere, oltre tutto. Coraggio fratelli miei non vi arrendete.
B
Pensieri per un viaggio tra la Pietra e la Luce (poi ho scoperto che la pietraluce è un materiale per i sanitari...maktub, tutto è scritto!)
Wednesday, November 28, 2012
Wednesday, November 7, 2012
Obama for MY president
Confesso che sono contento, e confesso anche che sono stato commosso da questa foto. Chi di noi non abbraccerebbe la donna o l'uomo o il cane che ama dopo una vottoria cosi sudata? Confesso inoltre che sono invidioso, perchè ho ascoltato il discorso del nuovo/vecchio presidente degli Stati Uniti e ho invidiato un popolo a cui viene detto di sognare e combattere e lavorare per i propri sogni che si possono avverare. Come dargli torto? Io (noi) invece che discorsi ascoltiamo? Lasciamo stare, oggi sono contento per qulcosa che probabilmente non cambierà una virgola della mia vita reale, ma moltissimo della mia vita spirituale (che è anche reale, però...).Insomma ho scritto questo post per rileggerlo tra qualche mese o anno e per poter pensare che si può e deve vivere meglio di così.
Buona giornata a tutti e a Lei mister President.
B
Wednesday, October 17, 2012
L'uomo calvo (ed altri casi umani)
"Ciao Ma', sono io!"
"Ciao amore...come è andata?".
La sua voce si era riempita di vita, le dovevo mancare, le mancavano due braccia e due occhi in più, le mancava un pezzo della sua carne, forse. Sentivo la sua solitudine e mi straziava.
"Bene Ma', devo tornare per un altro colloquio tra tre giorni...è una selezione lunga..."
Mentivo e prendevo tempo, mentivo per paura. Avevo paura di deluderla ancora, anche se in quel momento sentivo crescere dentro di me rabbia e determinazione. Decisi che avrei difeso quel posto piovuto dal cielo con tutte le forze, decisi che l'avrei fatto per loro, per quelle anime lontane e sofferenti. Questa idea mi tolse il fiato, sentii le gambe cedere, forse ero umano dopo tutto, non completamente assuefatto al mondo. Reagivo, ero forse ancora vivo.
"Ah, va bene amore... non ti preoccupare...sento che questa è la volta buona per te...abbi fiducia e non ti abbattere!"
Il solito ammonimento a non mollare. Se io non avessi mollato anche loro avrebbero resistito. Ero in qualche modo responsabile. Una parte di me avrebbe voluto urlarle che ero stato assunto, ma la prudenza, matrigna puttana di ogni fallito, mi tappò la bocca con le sue belle mani curate e pulite. Era troppo rischioso darle una tale notizia in quella situazione. Tanto, magari, domani sarebbe terminato tutto, mi sarei ritrovato di nuovo in strada a cercare lavoro.
"Tranquilla Ma', non mollo...Pa' come sta?"
"Dorme...non ti preoccupare, glielo dico che hai chiamato."
"Va bene Mà, ciao"
"Ciao, Amore".
Riattaccai la cornetta e mi poggiai al vetro sporco della cabina. Nella parete di fronte un piccolo manifesto di una agenzia di viaggi prometteva prezzi fanatastici per una vacanza invernale in Egitto. Pensai alle piramidi. Mi sarebbe piaciuto visitarle. Mi sarebbe piaciuto fare molte cose.
Passò davanti alla cabina una ragazza bruna, avrà avuto ventitre, forse venticinque anni, giovane comunque, giovane e bella con lunghi capelli rossi che ballavano sul collo del suo cappottino chiaro che arrivava sino agli stivali neri. Qualcuno ululò dentro di me, la vita mi chiamava. Usciì dalla cabina e la vidi entrare in un portone poco distante e sparire tra le ombre dell'androne. Mi fermai e contai sino a trenta. Magari sarebbe tornata indietro. Non lo fece. Guardai il numero civico: 97. Come i miei giorni di astinenza dalla scrittura. A quei tempi scrivevo ogni giorno. Decisi di scrivere qualcosa su quella ombra di felicità che mi era passata davanti e che forse un giorno avrei rivisto uscire da quel portone e venirmi incontro preceduta dal suo sorriso. Decisi che mi sentivo troppo solo. Decisi di smettre di pensare e di tornare a casa. Mi sentivo come sballottato sulle montagne russe di sentimenti contastanti, felice e rassegnato allo stesso tempo. Arrivai a casa e infilai le chiavi nella toppa della porta. Entrai e trovai Bud e Dave seduti al tavolo a giocare a carte. Non era mai capitato prima che li vedessi cosi rilassati ed affacendati, di solito mi apparivano all'improvviso mentre scrivevo. Ne fui un pò spaventato e allo stesso tempo fui felice che qualcuno fosse a casa ad aspettarmi.
"Ciao ragazzi...non crederete a cosa stò per raccontarvi..."
Si voltarono leggermente verso di me, poi si guardarono e sorrisero.
"Che c'è?" chiesi perplesso.
Dave mi rispose aggiunstandosi le carte in mano. "Niente... ma scommetto che ti hanno assunto...vero?"
Lo guardai. Stavo per chiedergli come diavolo facesse a saperlo, ma mi accorsi di Bud. Rideva, rideva e cercava di trattenersi mettendosi una mano davanti alla bocca. Era rosso in viso, quasi non respirava a causa di quella risata soffocata.
Non si trattenne più e la sua risata contaggiò anche Dave. ridevano piegati in due , le carte cadderò per terra. "Che faccia di cazzo, Bartel...Dio che faccia di cazzo hai!!!" riusci a dirmi Bud.
Ridevano e piangevano allo stesso tempo. Allora capiì. Erano stati loro. Si calmarono e mi raccontarono. Mi avevano seguito e fatto una visita al Direttore Generale spiegandogli che era suo interesse assumere uno come me, ed assumermi al volo. Dovevo ammettere che erano stati convincenti. Mi sedetti per terra e ci guardammo a lungo. Loro mi sorridevano benigi. Non so come all'improvviso glielo dissi.
"Grazie."
Monday, October 8, 2012
SE SO' MACO,SO' MACOOOO !!!!
Ebbene si, come diceva il Mago di Segrate "Se so' maco, so' macooo!!!".Il post che vedete l'avevo scritto alla fine delle scorse elezioni amministrative qui in Piemonte. Più di Poi non l'avevo pubblicato, dovevo aggiungerci qualcosa...poi come al solito arrivano altre situazioni, altre idee ed il post resta lì come un draft abbandonato e polveroso. Ed invece era un post profetico... leggete e poi mi dite...so' maco e me ne vanto!!!
Si, inutile nasconderlo, tanto viene tutto a galla. Sentimenti compresi. Inutile fare finta di niente, ignorare sia l'irritazione che l'ottimismo. Irritazione per le bambinate indegne, ottimismo perchè a volte questi posti ti sorprendono. E' un mese che non posto, troppo da fare, troppo da rincorrere, troppo da parare e se vivi a bassa frequenza trasmetti poco, e ciò che è più grave ricevi poco dall'universo mondo, poco di tutto. Poi ieri pomeriggio qualche parte di Italia ha presentato sorprese ampiamente annunciate e ti sorprendi a pensare: "Però, eh...te pensa...". Poi a casa tua succede di tutto, succede che una parte politica (no, una parte sociale) data per sconfitta al primo turno (ricorderò per sempre il sindaco in pectore quindici giorni fa dire, con la sua faccia da Mr.Bean- non insulto, è proprio uguale!-, "sono sereno, ci sono 15 punti di distacco...") vince e vince bene. Eppure la città in cui vivo, rispetto ad altre è ben governata anche se ultimamente nell'aria si comincia a sentire l'insofferenza per certi atteggiamenti grossolani, per certa arroganza, un pò di riflesso nazionale, un pò troppi cretini in giro che offrono penne e caramelle e colazioni e aperitivi e cominci a sentirti un pò popolo bue, un pò cavallo comandato dai porci (Orwell) e pensi "e se gli dessi una scossettina, leggera, cosi per vedere?". Invece è un elettroshock! Ops, sorry, I didn't mean it...avete imparato? Nulla dura per sempre, né la vigliaccheria né l'arroganza, né il menefreghismo, né certe facce laide da ladri o profittatori (se ne accorge il tuo istinto, quando ti parlano porti la mano a controllare il portafogli nella tasca della giacca). La prossima volta presentate gente più presentabile, meno abbronzata (non perchè lavori nei campi) e che sappia dire due parole in croce senza copione e che magari abbia una idea propria originale (che non sia quella di sistemarsi con tutta la famiglia). La prossima volta presentate delle persone per bene, che si facciano conoscere prima delle elezioni (cioè ti dicano "Buongiorno" se ti incrociano) e che non lascino una scia di bava e cerone (e parlo di uomini e donne che ti sorridono da foto photoshoppate).
La prossima volta che andrò a votare voglio votare per uomini e donne che pensano di far qualcosa per tutti, e me ne frego del colore, in politica sono daltonico. Si sono un coglione ottimista, te pensa, e allora?
Pace e bene e buon lavoro italiani.
Duduk
Si va bè, la solita storia. Quando meno te lo aspetti scopri qualcosa di nuovo e scopri che poi nuovo non è. E' sempre stato lì, sotto i tuoi pocchi pigri che guardano e non vedono,. In questo caso sotto le tue orecchie che sebntono e non ascoltano. Svelo l'arcano (da Arca...il resto se volete ve lo cercate). Venerdi sera a cena a casa di amici, uno di loro, un ingegnere, appena tornato dall'Armenia. "E che ci sei andato a fare?""Paese molto bello... una storia incredibile, ci sono arrivato con colleghi della zona che mi hanno portato in giro per un paio di giorni...bla, bla, bla, bla bla bla... bello...mangiato roba...bla bla bla e poi senti che musica!".
Si alza, prende dalla giacca un CD con sulla copertina sette-otto uomini in giacca e camicia bianca, alcuni seduti altri in piedi sullo sfondo una parete piena di libri. Non riseco a leggere le scritte. Poi dallo stereo parte una musica dolce, triste e profonda. Sembra un oboe. Scivolo un attimo dentro di me. La voce del mio amico mi è quasi di fastidio.
"Pensa che questa specie di flautoè presente nella loro cultura almeno dal 1200 avanti Cristo."
Non so perchè mi torna in mente Roma, settecento avanti Cristo.
Lo strumento si chiama duduk, ma il mio amico mi spiega che è una forma semplificata del nome originale che dovrebbe essere Tsiranapogh. Poi lui continua sulla strage degli armeni, la loro diaspora. Ho già sentito quella musica, in qualche colonna sonora, da qualche parte, ma ora qualcosa dentro di me risuona, reagisce a quelle note cosi antiche. Note spirituali. Mi rendo conto della pochezza del mio linguaggio nel descrivere qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di ancestrale. Vorrei che tutti tacessero. Mi sa che sto diventando un vecchio rompiballe. Ascolto. Mi appare la faccia triste di Charlez Aznavour. Venerdi notte dormo male. Sabato ascolto mia figlia suonare una Danza di Mozart. Mi accorgo che ho fame, o forse sete. Ho sete di spirito, di eterno, di bello, di assoluto. Una sete terribile.
Wednesday, October 3, 2012
L'uomo calvo (bulli e belli)
Qualcuno mi scosse per le spalle e mi svegliò. Istintivamente guardai l'orologio. Era passata mezz'ora e io non ero sicuro di dove fossi. Me lo ricordò il ragazzo che mi aveva indicato la scrivania vuota."Il capo ti deve parlare...fuori ... in corridoio..."Mi stropicciai gli occhi."Chi?"
Il ragazzo mi ringhio contro: "Oh! Sveglia!!! Il capo, il Dottor Lavagni, ti vuole parlare qui fuori..."
Mi alzai di scatto e lo guardai dritto in faccia. Il ragazzo indietreggiò. Lo chiamo ragazzo, ma doveva essere di un paio di anni più vecchio di me, magari un paio di anni passati al guinzaglio a mangiare da una ciotola. Il cocco del capo comunque aveva capito che non ero li per farmi maltrattare. Linguaggio corporale, linguaggio universale. Cominciavo a sentirmi stanco e confuso: io non avevo chiesto niente a nessuno. Mi avevano assunto per un miracolo e adesso questi cani bavosi mi ringhiavano contro. E il capo in sedia a rotelle mi aspettava fuori! Usci dalla stanza sentendomi gli sguardi di tutti conficcati nella schiena. In fondo al corridoio mi aspettava il capo, il dottor Lavagni. Vidi la parte posteriore della sedia a rotelle e i suoi capelli ingrigiti. Guardava fuori da una vetrata il traffico di mezza mattina, lento e indifferente. Avvertì la mia presenza e grazie ad un rapido e coordinato movimento delle mani la sua sedia a rotelle roteò e si blocco con un leggero fremito del metallo proprio davanti ai miei piedi. Il volto era congestionato, gli occhi mi sembravno completamente gialli, due macchie di sudore si allargavano sulla sua camicia.
"Ascoltami bene ragazzo" cominciò trattenendo a fatica il tono della voce.
"Io non so chi sei e non mi interessa, ma so che ti devi licenziare, anzi non devi firmare la lettera di assunzione ...hai capito? lo dico per il tuo bene, capisci?"
"Veramente il Direttore mi ha..."
"Non me ne frega un cazzo di quello che ha detto il direttore!"" mi sibilò contro.
"Tu qui sei carne morta hai capito? Sono io che comando e non ti voglio hai capito, coglione? Non ti voglio e ti creerò una vita di inferno qui! E' meglio che sparisci!"
Lo guardai in faccia. Sono cresciuto in un quartiere periferico della mia città, palazzoni bianco-grigi tutti uguali, brutti e tristi, abitati da gente brutta e triste. Io non ero nè brutto, nè triste grazie ai miei genitori. Per questo avevo dovuto combattere molte battaglie. Ero stato preso di mira dai bulli della zona e avevo attraversato tunnel difficili da descrivere. Sapevo che il sudore della paura è freddo e puzza, conoscevo le corse in pullman sperando che nessuno salisse a certe fermate, ricordavo le preghiere inutili per chiedere aiuto a un Dio indaffarato, rivedevo le scene di umiliazione, ricordavo lo sconforto che piega le spalle prima e le gambe dopo, ricordavo la paura della morte. Ma ricordavo anche la cavalcata della rabbia, il furore cieco, il gusto del sangue, la scoperta di essere capace di infliggere dolore, il piacere di vendicarsi, la freddezza nel farlo ancora ed ancora ed ancora. Avevo attarversato luoghi di cui quel tizio in carrozzella non conosceva nemmeno l'esistenza. Ed ero sopravvissuto.
Mi sentiì pronunciare due sillabe pesanti "No!".
Per un attimo pensai che il dottor Lavagni si sarebbe accasciato per un infarto. Vedevo le vene del suo collo in rilievo,come i muscoli sulla sua mandibola. Era paonazzo, furioso. Non disse nulla, ma per poco non mi investì con la sua carrozzella che volò via verso la porta dello stanzone che aprì con agilità e chiuse con furore. Io rimasi nel corridoio mentre l'eco della porta sbattuta mi oltrepassava ed andava a morire verso altre stanze e stanzette di quel formicaio. Avevo vinto una battaglia. Sulla vittoria della guerra non ci avrei scommesso una lira. Era inutile restare lì per quel giorno. Apriì la porta dello stanzone nell'indifferenza generale. Nessuno si voltò, nessuno fece cennò di aver avvertito la mia presenza. Raccolsi la mia borsa e salutai educatamente. Nessuno rispose. Usciì e sorrisi al corridoio. Cercai l'ufficetto della segretaria e dopo dieci minuti di girovagare lo trovai. Dissi che per quel giorno non avevano bisogno di me e ritirai mezzo chilo di moduli da riempire e firmare. Avrei voluto salutare e ringraziare il direttore, ma la segretaria con un sorriso finto e una espressione che non capiì mi disse che il signor Direttore era fuori per questioni urgenti. Annuii educatamente ed andai via.
Per strada l'aria fresca mi colpì prima il viso poi i polmoni. Guardavo la strada. i rari passanti, le auto e i furgoni come se li vedessi per la prima volta, come se fossi sbarcato dopo un viaggio di qualche anno luce dalla costellazione di Orione. Forse era così. Camminai e mi accorsi chela mia borsa semi vuota mi dondoolava eccessivamente, come la caretlla di uno scolaro elementare. Mi efrmai a guardare una vetrina di un negozio di abbigliamento maschile. Vestiti scuri, vestiti grigi, vestiti da persone serie e cravatte, centinaia di cravatte. Il loro prezzo era eccessivo per me e per molti di quelli che conoscevo. Decisi di entrare e comprarmene una. Ero ottimista e drogato. Da allora, ogni volta che mi accade qualcosa di positivo compro una cracvatta nuova. L'ho fatto anche il giorno dopo aver conosciuto Julia a Parigi, l'ho fatto tante volete da quel giorno. La cravatta era scura con dei piccoli gigli stilizzati grigi. L'ho ancora in armadio. Camminai per un'ora buona e arrivai vicino casa. Poi vidi il mio palazzo in fondo alla via e un forte brontolio del mio stomaco mi ricordò che ero umano ed avevo fame. Forse da quel giorno avrei potuto mangiare di più. Avrei offerto qualcosa di meglio anche a Bud e Dave, altre storie come quella dell'uomo incazzato in carrozzella. Risi. Una signora con due borse di plastica piene di spesa mi guardò un pò allarmata. Le sorrisi con tutti i denti a disposizione. Lei accellerò, non senza fatica, il passo. Era quella la felicità? Una cravatta nuova, degli amici immaginari, uno stomaco affamato e un nuovo lavoro, anzi un lavoro in una vasca di piranha?
Tuesday, September 25, 2012
Just a perfect day (finale con brio)
Che bella la primavera a Gerusalemme! Un rondone fa colazione nell'aria fresca del mattino e mi informa della sua contentezza con una voce stridula. Scendo verso il campo e in lontananza vedo la cupola d'oro che comincia a splendere nel silenzio e in questa luce penso che questo posto sia meraviglioso se dimentichi per un attimo che questa è in realtà una zona di guerra ed odio tra gente che prega lo stesso Dio, ma lo chiama con nomi differenti. Assurdo per uno come me che viene dall'Occidente senza Dio. Assurdo che io cerchi Dio tra le pietre morte di palazzi e case morte dove trovo scritte in lingue morte. Troppa morte in giro e poi una mattina ti svegli in questa aria frizzante e ti viene da fischiettare e camminare con le mani in tasca.Just a perfect day...I'm glad I spent with you...mmm...mmm...mmm...just a perfect day...you make me forgot myself...mmm...
A quest'ora chi ci sarà al campo? Julian, bravo ma irritante...Elisabeth...Elisabeth con le lentiggini e già piegata a scavare nell'ultima casa che abbiamo scoperto e quasi completamente disseppellito. Questa è la terza nell'ultimo anno, non mi faccio più illusioni sul fatto che si possa trovare chissà quale sorpresa...solo polvere e pezzi di vasi rotti...nessuna scritta, nessun rotolo, niente...anche nell'antichità vi erano luoghi senza senso come sale d'attesa di aereoporti di provincia o parcheggi dei supermercati. Tutto vuoto, magari utile, ma vuoto e cosi qui, in quello che doveva essere un quartiere di gente strana, probabilmente forestieri, probabilmente di passaggio nella Gerusalemme del X secolo prima di Cristo. Potevano essere artigiani, o mercanti, di sicuro non lavoravano qui, sembra un piccolo quartiere residenziale, nessuna bottega, nessun laboratorio, una sorta di dormitorio...magari tra un pò salterà fuori qualcosa...speriamo....magari oggi Elisabeth, la bella Elisabeth...ma devo stare buono...ho troppi capelli grigi e rischio brutte figure e poi mi farei pena...il Professore e la studentessa...certo quanto ti passa accanto con il suo profumo fresco e quella coda alta di capelli biondi e quelle curve sotto la tela dei pantaloni da lavoro e ...e il suo sorriso... la pelle abbronzata...basta, basta! Ho detto basta...guarda piuttosto dove metti i piedi!"
Il Professor Santandrea scende svelto il ripido sentiero che porta all'ultima parte degli scavi nei pressi dei pozzi di El Gib, dove, secondo il Libro dei Re, Salomone in sogno chiese al Signore il dono della sapienza.
Alcuni operai lo salutano mentre passa fischiettando. Gli operai, tutti arabi delle vicinanze, sono al lavoro già da un'ora. La pancia prominente del Professore sballonzola mente saltella verso la casa 134, lo scavo dove ha intravisto l'ondeggiare biondo dei capelli di Elisabeth, la sua dottoranda inglese, brava quanto bella e tanto, ma tanto irraggiungibile.
"Ciao Eli...". La ragazza è inginocchiata vicino ad una pietra d'angolo di un muro di sostegno mezzo crollato e sta freneticamente lavorando a disseppellire qualcosa. Non risponde e non si volta nemmeno. Il professore intuisce il perchè di quei movimenti rapidi e decisi. Li sotto c'è qualcosa, anche se quello non è il modo di scavare di un archeologo...ah, i giovani! "Elisabeth! Che c'è? Che hai trovato?" Il professore si inginocchia accanto alla ragazza, preoccupato che possa rovinare qualche reperto che si trova lì, in una piccola fossa che doveva essere nascosta da quel coperchio di pietra triangolare con un disegno particolare inciso sopra...sembrano due serpendi annodati.... Si, c'è qualcosa! Le mani dei due si incrociano in una gara di velocità, il Professore è più abile ed esperto, vince ed tra le sue mani si materializza una piccola anfora di una quarantina di centimetri d'altezza, senza manici, chiusa da un tappo di cera. Sull'anfora si nota in rosso la stessa figura del coperchio triangolare, due serpenti che si incrociano, una due...cinque... sette volte.
Il professore e la ragazza si guardano per un attimo in silenzio. Lo sguardo della ragazza è duro, freddo. Il professore ne resta stupito, ma l'anfora tra le mani lo richiama. Lui ne pulisci rapidamente il resto della superficie e vede una piccola scritta in aramaico, una parola, un nome forse: Hiram.
"Eli, Eli, ma ti rendi conto?! Hiram, il costruttore del Tempio, Hiram è esistito ...è un reperto incredibile ...presto andiamo a ..."
La voce gli si è affievolita in gola quando ha visto la mano di Elisabeth allungarsi sul suo volto per accarezzarlo. Poi si è zittito completamente, anzi ha smesso di respirare quando l'altra mano della splendida ragazza inginocchiata accanto si è posata come una farfalla sul suo collo. Il professore pensa in un angolo periferico della sua mente che a volte la vita riserva alcune sorprese cosi incredibili...il fascino dell'esperienza, l'emozione del momento...e si osserva mentre la ragazza ad occhi chiusi si avvicina con le labbra pronte...poi accade.
La mano destra della ragazza sollva la mandibola dell'uomo e la ruota, gli spezza il collo con rapida ferocia. L'ultimo pensiero del professore è "Ahia!". l'anfora cade, ma prima che tocchi terra Elisabeth l'afferra, metre il corpo del professore con gli occhi aperti cade indietro lentamente ed urta il muro di pietre che nascondeva tutta la scena.
Elisabeth si alza, nasconde l'anfora e il coperchio nel suo zaino, allunga le gambe dell'uomo, si inginocchia al lato della sua testa, la solleva e con forza la sbatte due, tre volte sulle pietre aguzze, poi si alza e comincia ad urlare verso gli operai: "Aiuto aiuto...il professore è caduto...aiuto!!!!"
***
L'uomo seduto dietro la scrivania estrae dalla tasca un accendino color argento, si accende una sigaretta e aspira con avidità la prima boccata. Guarda la giovane bionda in piedi e le sorride rilassandosi nella poltrona in pelle scura. Sorride e le rughe agli angoli dei suoi occhi diventano piccole ferite.
"Lei ha fatto un buon lavoro agente...mi creda, un ottimo lavoro...mi spiace per il Professore, un brav'uomo, un pò maldestro, una caduta prima o poi era imnevitabile...può andare ora, torni al suo Dipartimento e si dimentichi questa storia. Stia tranquilla che comunque io non mi dimenticherò di lei...arrivederci."
La ragazza non sorride, si volta, apre la porta massiccia ed esce dalla stanza. Ha appena salito un altro gradino della sua personale scala del successo. lo ha fatto passando sul collo del Porfessor Santandrea. Un piccolo sacrificio.
L'uomo nella stanza fuma rilassato. Ha tra le mani un documento che vale moltissimo. Lo venderà a caro prezzo o lo distruggerà a carissimo prezzo. Comunque ci guadagnerà tanto. Sulla scrivania tra l'anfora e il coperchio triangolare c'è una pergamena protezza da una strana busta in plastica trasparente collegata ad un valcola bianca. La pergamena ha più di tremila anni, ma è conservata perfettamente e attraverso la plastica le scritte in aramaico spiccano nere e vive. L'uomo rilegge ancora a voce alta:
"Io Joachim, figlio di Hiram, il costruttore del Tempio dell'Altissimo, lascio queste parole ai figli dei figli della promessa delle stelle.
La grande opera non è compiuta a causa del male, la punizione si abbatte su Gerusalemme e sulla sua gente perchè un uomo giusto è stato sacrificato come un agnello nel Tempio.
Il ponte tra l'Altissimo e gli uomini è interrotto.
Mio padre Hiram è morto e con lui i segreti della Parola, ma non la Parola, che ancora echeggia e vibra in questo mondo e gli dà forma e sostanza.
Verranno uomini che ascolteranno, verranno uomini che sentiranno l'eco della parola nei loro cuori, verranno uomini che guarderanno il cielo con occhi puri e capiranno e parleranno la lingua di Dio e l'Altissimo parlerà ancora con loro.
A questi uomini io dico di guardare nel fondo della loro anima per innalzare il loro spirito.
Cercando nella terra troveranno ciò che serve per ascoltare la Parola.
Guardando il cielo scopriranno la terra e potranno costruire il ponte per l'Altissimo. Loro sarà il potere che viene dall'Altissimo e le pietre e l'acqua e il fuoco e l'aria obbediranno alla loro volontà.
Così è stato promesso, cosi sarà per noi che siamo figli della promessa dell'Altissimo e dei suoi messaggeri che abitavano tra noi insegnandoci la via della pace e della conoscenza che scende dall'alto e dal basso risale."
Il telefono sulla scrivania squilla. L'uomo alza il ricevitore: Sorride ancora ascoltando la voce dall'altro capo del telefono: "Si signore, è esattamente quello che ci aspettavamo...no, nessun problema...certo, non si preoccupi...grazie signore....A presto".
L'uomo seduto abbassa il ricevitore e si chiede quanta gente al mondo creda a quelle stupidagini e quanti imbecilli camminino per le strade di quella città e di tutte le città per cui si muore. Ma anche questa volta ce l'ha fatta. Nessun Hiram, nessuna promessa, nessun potere per i piccoli uomini persi dietro le guerre e i soldi ed il potere. Va tutto bene.
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