Rat race

Running

Wednesday, January 5, 2011

La Funambola (III)


“La settimana senza di lui è stata lunghissima, stancante e non so dirvi quanto, ma quanto ho avuto bisogno di lui, anche se mi chiamava sette volte al giorno. Aveva sempre una voce tesa, stanca, fingeva di ridere alle mie battute, io mi sentivo male, ma fingevo anche io. Poi mi ha chiamato tutto allegro “Amore, domani pomeriggio torno a casa. Mi vieni a prendere a Malpensa alle cinque?”  .
La strada per raggiungere l’aeroporto di Malpensa dal Piemonte è una pena, ma mi piace attraversare un vecchio ponte di ferro  sul Ticino, mi sembra di tornare indietro nel tempo, a giorni più lenti che ci devono essere stati anche qui.  Mi piace avere negli occhi tutto quel  verde. Ho guidato piano, sono arrivata e ho parcheggiato l’auto. Sono entrata nel settore arrivi e l’ho visto all’improvviso scendere arrivare da una scala mobile. Ha mollato il trolley e mi è corso incontro.
Era felice, veramente felice, mi ha baciata a lungo, non mi lasciava più andare, la gente ci guardava, mi sentivo in imbarazzo. Lo dovuto allontanare, ridevamo come ragazzini, siamo entrati in auto e mi ha baciata ancora a lungo. Avevo voglia di lui, di noi, mi sono forzata a mettere in moto l’auto. Nel frattempo lui si è voltato verso il sedile posteriore, ha aperto il trolley facendo un gran casino e ha tirato fuori una bambola di pezza per me.  Era la decima bambola di quel tipo che mi regalava da quando gli avevo raccontato della mia vecchia bambola di pezza che avevo perso al mio arrivo.”
La donna con l’impermiabile ricomincia a dondolarsi, Elena e Nunzia ascoltano, mentre i rumori fuori nel parcheggio aumentano.
“Gli ho chiesto di raccontarmi tutto, di dirmi tutto per filo e per segno anche quello che nei mesi precedenti non mi aveva voluto dire…la sua sorpresa, mi diceva…”non posso dirti niente altrimenti dopo ti dovrei uccidere”…mi diceva cosi”.
Allora lui sorridente si è portato le mani dietro la nuca e si è allungato sul sedile:”No, no, mia cara, non è mica cosi facile…prima mangiare…dove mi porti? Tarzan avere fame” e si batteva i pugni sul petto “poi Tarzan fare giochetti con Jane…molti giochetti…e poi parlare lavoro. Tarzan ha detto!” e sempre sorridente ha incrociato le braccia sul petto. Era felice, un bambino felice”
“Avevo già deciso di portarlo su, verso Biella, in un ristorantino che avevamo scoperto insieme, ma gli feci credere di aver preso una decisione in quel momento. Durante il viaggio mi ha raccontato che con il suo progetto era riuscito a battere un gruppo “ di francesi mafiosi, rompipalle e incompetenti”, e che era stato uno scontro “mitico”, che lui e i colleghi olandesi erano stati eccezionali, veramente grandiosi. Il mio piccolo Tarzan aveva ucciso il suo leone ed era felice. Io invece gli raccontai solo di aver sentito mia madre, in reparto niente di nuovo e di aver avuto un caso strano, un bambino che arrivava dal Pakistan con una particolare intolleranza alimentare che lo stava uccidendo. Siamo arrivati al ristorante e abbiamo parcheggiato sotto un vecchio faggio. La cuoca, giovane e simpatica che ci aveva salutato dalla cucina a vista  ci  ha poi raggiunto al tavolo ed ha acceso le due candele che ci separavano. Abbiamo ordinato un risotto alle erbe e un vinello che sapevo piacergli.
Lui mi guardava tra le fiammelle delle candele “Sei bellissima, sei sempre più bella…”. Mi ha detto “mi sa che ho fatto bene a sposarti…a proposito…non è che mi hai tradito questa settimana? L’altro giorno al telefono eri un po’ strana…” Gli ho preso la mano e gli ho dato dell’imbecille: come avrei mai potuto tradire il mio Tarzan, il mio grande scienziato, il mio tutto? Mi ha sorriso sereno “Mi hai quasi convinto amore mio…poi è vero, sono un grande scienziato!”. Gli ho detto che era anche il più grande imbecille del mondo e che doveva ancora raccontarmi tutto. Ha puntato i gomiti sul tavolo e guardandosi attorno con fare sospetto mi ha fatto cenno di avvicinarmi e appena mi sono mossa mi ha baciato. Gli ho detto di smetterla e stavolta lui ha cominciato a parlare.
“Forse abbiamo risolto, amore mio. Io sarò a capo di una sperimentazione innovativa contro l’HIV e il tuo maritino ha avuto una idea geniale.” In quel momento è arrivato il risotto e abbiamo brindato “a noi e a tutto ciò che il nostro cuore desidera”. Mi disse che la sperimentazione sarebbe cominciata in Sud Africa, il loro governo aveva già pronto il finanziamento, poi avrebbero lavorato in tutta l’Africa sub-sahariana. Ero cosi felice di sentire quelle parole, per me significavano tanto e mi sentivo cosi orgogliosa del mio piccolo Tarzan che lasciai raffreddare il risotto. “Amore mio, l’idea mi è venuta ad un seminario che ho seguito a Nizza, c’era un certo dottor Nahour, parlava del virus Ebola che è un virus stupido secondo lui…stupido perché uccide i suoi vettori, cioè noi, in poco tempo, giorni e quindi, per fortuna, le epidemie di Ebola sterminano un villaggio, due, poi si estinguono ed è un bene. L’HIV invece è un perfetto bastardo, uccide lentamente, tu lo sai, ci mette anni e in questi anni il vettore , l’individuo infetta altri e cosi siamo arrivati alla pandemia.”
Lui parlava di morti ed infetti con naturalezza, è il suo mestiere. Facevo fatica a ricordarmi che in quel momento eravamo in un ristorantino in Italia  a mangiare un risotto a lume di candela. I suoi occhi brillavano di una febbre che sapevo l’aveva lentamente pervaso negli ultimi due anni e che era cominciata poco prima del nostro incontro a Roma. Lui bevve un altro sorso di vino ericominciò a parlare.
“Ora…se vogliamo bloccare l’epidemia usiamo la prevenzione, magari la castità…o i vaccini e poi i farmaci per allungare la vita del malato …impedire che infezione da HIV diventi sindrome da immunodeficienza…un sacco di tempo e soldi qui in Europa e in America…ma in Africa che fai? Costa troppo, tu lo sai, e alcune strade come la prevenzione sono quasi impossibili da seguire…troppe guerre e stupri…è un casino”.
Ascoltavo il mio uomo parlarmi e mi allontanavo sempre più da quel ristorantino, mentre fuori un vento leggero aveva cominciato a soffiare dalle montagne.
“La mia idea è stata semplice, amore mio…se non riesci a batterlo…aiutalo! Cosa succederebbe se l’HIV diventasse come l’Ebola? Insomma se  cominciasse ad uccidere rapidamente, non in anni, ma in giorni?  L’epidemia si fermerebbe rapidamente, non ci sarebbero più malati in grado di infettare altri. Capisci, in qualche anno elimineremmo l’AIDS dalla faccia della terra per sempre!”
Io l’ascoltavo e le sue parole erano come acqua sulla roccia, scivolavano via come se io non fossi li con lui, come se non lo fossi mai stata. Fuori i rami del faggio oscillavano leggermente alla luce di due piccoli lampioni, eppure mi sembrava di poter vedere ogni singola foglia che su quei rami restava ancora disperatamente attaccata alla vita. Poi ho sentito una voce dentro di me. Mimi kuja kutoka Cameroon. Io vengo dal Camerun.
“Ma il vero colpo di genio è stato un altro amore mio…come fai ad aiutare l’HIV a diventare stupido? Questa l’abbiamo pensata io e Hansje Verhagen, quella collega olandese di cui tu sei gelosa…insomma, io le ho detto che sarebbe stato necessario somministrare alcuni farmaci in grado di aumentare enormemente la capacità distruttiva del virus in maniera che il paziente stia male subito; lei ha fatto una battuta del tipo”dovresti farglieli mangiare a colazione” e bang! La luce! Abbiamo fatto modificare geneticamente alcune piante in maniera che i loro frutti siano ricchi di quelli che abbiamo chiamato “fattori scatenanti”, abbiamo cominciato con le patate dolci e poi siamo passati ad altro. Amore funziona, sugli animali funziona! Adesso già coltivano alcuni ortaggi in Africa su scala industriale!!!”
Aveva alzato il tono della voce e una coppia seduta al tavolo accanto si era voltata infastidita verso di noi. Lui aveva sui cinquant’anni, grasso e sudato, lei non era sua figlia ma avrebbe potuto esserlo, anche se lui non avrebbe mai fatto uscire di casa sua figlia vestita in quel modo.
“Amore ti rendi conto che una cosa del genere potrebbe fruttarci premi importanti e l’Europa ci finanzia e continuerà a farlo…è magnifico! Amore capisci?”
Gli ho sorriso, in quel momento gli ho sorriso. Intanto la voce continuava a sussurrarmi la stessa nenia, mimi kuja kutoka Cameroon, mimi kuja kutoka Cameroon, mimi kuja kutoka Cameroon. In quel momento avrei  voluto dirgli tutto, che lo amavo e che sarebbe diventato padre tra sette mesi, ma ho sentito un dolore li dove mio figlio respira il mio sangue, un dolore triste che mi ha tolto ogni volontà, che ha bruciato ogni parola sulla mia lingua. Mimi kuja kutoka Cameroon. Gli ho detto che era meraviglioso, che ero tanto orgogliosa di lui mentre i miei occhi si riempivano di lacrime che lui ha creduto di commozione. Mi sono alzata per andare alla toilette, avevo bisogno di calmarmi. Lui era allarmato, gli ho fatto cenno che andava tutto bene, poi gli è arrivata una chiamata al cellulare e mentre rispondeva ho afferrato l’impermiabile  e sono corsa fuori a prendere l’auto. Non so come ci sono salita, non so come abbia fatto a metter in moto, non so per qiuanto tempo ho guidato. Vedevo a malapena la strada tra le lacrime. Ad un certo punto mi sono fermata, sono scesa dall’auto e ho cominciato a camminare,  ho camminato tanto. Ho cominciato a parlare con mio figlio. Gli ho detto che adesso camminerò e mi passerà tutto, piccolo mio… camminare, camminare, correre, vivere, kutembea, mbio, za kuishi.... Mi sono tolta le scarpe per sentire la terra sotto di me come facevo in Africa da bambina, ho cominciato a camminare sulla linea bianca in mezzo alla strada. Ho camminato cercando di restare in equilibrio. Ho cercato di insegnarlo a mio figlio, camminare in equilibrio tra il bene e il male, tra il mio mondo e il vostro, ho camminato, kutembea, mbio, za kuishi... kutembea, mbio, za kuishi... kutembea, mbio, za kuishi...”. La voce della bella donna scura in impermiabile chiaro diventa una ninna-nanna leggera che ritma il suo dondolio.
Elena si solleva dalla sedia ed esce dalla stanza in una frazione di secondo, l’infermiera grassa si avvicina al lettino. Le sue grandi braccia flaccide avvolgono con forza i ricci scuri della donna con l’impermiabile. Fuori, in corridoio, passi  pesanti si avvicinano.

4 comments:

  1. Bartel, mi hai fatto venire i brividi. Ogni volta che leggo ciò che scrivi resto come ipnotizzata, fino alla fine e... oltre.
    Buona Epifania.

    ReplyDelete
  2. Beh...non avevo immaginato una cosa del genere, non avrei potuto, ma l'idea che in qualche modo l'uomo la deludesse al tal punto da farla andare via, questo l'avevo intuito. Non un tradimento. Sarebbe stato troppo banale, ma qualcosa di più grave ancora, quel qualcosa che ti distrugge quando ti rendi conto che la persona che ami e che pensi di comoscere totalmente a cui dai incondizionatamente la tua fiducia, non è così come la pensavi tu. E' lo scoprire il lato in ombra, l'altra faccia dell'essere umano che forse tutti abbiamo dentro e che prima o poi esce fuori.
    Bello davvero.

    ReplyDelete
  3. Che "La funambola" fosse una gran bella storia, lo sapevo fin dall'inizio: ormai leggere i tuoi racconti è una garanzia!
    Di questo, in particolare, ho apprezzato il contrasto fra la quotidianeità della prima parte, la concretezza delle scene e delle situazioni, e la parte finale, proiettata su dimensioni future di ben altra portata rispetto all'angusto ambiente di un ospedale.

    ReplyDelete
  4. accidenti
    gran bel tipo questo che ammazza un continente per salvarne un'altro
    gran bel tipo
    me ne sarei scappata anch'io

    vado avanti
    a leggere
    :-)

    ReplyDelete