Rat race

Running

Friday, January 14, 2011

Libeccio (III)

Una foto in bianco e nero, due uomini intorno ai quaranta abbracciati, mani grandi, sorrisi che spaccano pelle abbronzata dal mare. Tra di loro un ragazzino magro, bruno e una bambina bionda con una bambola nuda tra le mani. Sullo sfondo una vela triangolare. Giorgio Pittaluga si rivede bambino tra suo padre e lo zio Gianni, accanto a Ciccia, la figlia di zio Gianni. Lo zio Gianni era un amico di papà, Giovanni Di Stefano, e Ciccia è Silvana, la sua cara, dolce, antipatica, stronza Ciccia Silvana, la sua amica d’infanzia. Dietro la vela latina appartiene al Nuovo Santo Stefano, un vecchio leudo che i due uomini avevano comprato negli anni 50’ e rimesso a posto. Pensavano di usarlo per portare i turisti da Genova a Mentone o a Montecarlo e viceversa. L’avventura però non funzionò benissimo. La foto doveva essere stata scattata di domenica mattina, forse da sua madre, mentre si preparavano ad uscire in mare con il leudo per portarci una comitiva di americani. Lui avrebbe accompagnato suo padre e suo zio per aiutarli con i signori che parlavano solo inglese e ad imparare ad andare a vela con quella barca tonda e protettiva, prudente e materna, mentre Silvana sarebbe rimasta a terra con le mamme. Ciccia come sempre si sarebbe arrabbiata e gli avrebbe messo il muso.

Lo stesso muso che mostra nella seconda foto, a colori. Una foto segnaletica di una ragazza bionda di una ventina d’anni, capelli tagliati alla maschietta, una studentessa con un paio di occhiali dalla montatura metallica, leggeri. L’aria stanca di chi ha dormito con gli abiti addosso ed è stato prelevato a forza da qualche posto. Lo sguardo è quello di una bambina arrabbiata che medita di fartela pagare. Ricorda il giorno in cui è stata scattata quella fotografia. La madre di Silvana che arriva a casa loro piangendo e dicendo che la sera prima i carabinieri avevano arrestato sua figlia, ma lei lo aveva saputo solo allora ed era venuta a chiedere aiuto a mia madre per andarsela a riprendere in caserma, per capire cosa avesse fatto di male. Ricorda il suo cuore che rallentò e si fermò, freddo per lunghi attimi. In quel giorno nacque la prima crepa sullo specchio levigato della sua vita.

“Come vede, noi qualcosina del suo passato diciamo…proletario, la conosciamo avvocato…”

Dietro le pupille dell’avvocato che ascolta, solo una preghiera, la prima dopo molti, molti anni.
“Dio fa che non sappia niente del resto, fa che non sappia tutto…no! non può saperlo, non lo sa nessuno…”

Il magistrato continua a colpire con un bastone fatto di passato l’uomo smilzo con la testa china sulla scrivania. Sa che ora il gioco è in mano sua, come aveva previsto, sa che vincerà la partita e vedere sulla testa dell’avvocato l’arrivo della calvizie lo rende quasi felice.

“Naturalmente avvocato, non sappiamo proprio tutto …ad esempio, non sappiamo che fine ha fatto quella barca della foto…”

Queste ultime parole risvegliano un lupo maligno nascosto nel petto dell’avvocato, un lupo abituato ad attaccare e vivere dietro spessi libri contabili, codici, regolamenti e ad uscire vittorioso da ogni scontro con brandelli di carne degli avversari tra i denti.
“E’ presto detto …” L’avvocato si risolleva e chiude il fasciolo rimandandolo al destinatario. “Il vecchio leudo che si intravvede nella foto, si chiamava il Nuovo Santo Stefano, è stato venduto nel 2002 ad un museo francese. Il ricavato mi ha aiutato ad acquistare la mia attuale barca che come lei sicuramente sa è un Grand Soleil da 45 piedi, ormeggiato a Fezzano, circa 14 metri, una bella barchetta discreta con cui io e mia moglie spesso portiamo in giro a veleggiare i nostri amici più intimi…che lei sicuramente conosce…inutile fare nomi, credo…”

Il magistrato con i gomiti puntati sulla scrivania incrocia le mani all’altezza del viso.
“Avvocato, avvocato…conosco tutti i suoi amici e so che nessuno di loro metterebbe più piede sulla sua barchetta se si sapesse delle sue frequentazioni…”
“Ma quali frequentazioni?! La Di Stefano era solo una bambina figlia del socio di mio padre…una persona che non vedo da più di vent’anni…che dico , almeno venticinque…con cui non ho avuto e non ho frequentazioni di nessun tipo …”
Uno schizzo di saliva cade sul piano della scrivania e Giorgio non può fare a meno di pensare di aver sputato addosso a Silvana in quel momento.  La saliva lui e Ciccia se l’erano scambiata spesso, prima sputandosi addosso durante i loro litigi da bambini, poi baciandosi durante il loro primo amore segreto. Era difficile che non fosse cosi. Cresciuti come fratello e sorella, si erano ritrovati a sedici anni ad essere gelosi l’uno dell’altra senza motivo apparente. Poi la natura e il buio della cantina del palazzo popolare in cui abitava Giorgio avevano chiarito tutto alle loro mani frettolose, instillando nel loro cuore la paura. Paura che altri sapessero, paura che i loro genitori scoprissero il loro amore, paura di tutto. Poi lui al liceo aveva conosciuto la sua attuale moglie, quella che sua madre chiamava con disprezzo “la gatta” e tutto era cambiato. Nel suo mondo erano entrate le camicie bianche e le cravatte, il profumo di lavanda della sua pelle e le sue mani lisce, e la voglia di lasciarsi alle spalle il leudo e le domeniche in mare, i tagli alle mani e le canzoni che suo padre fischiettava lavorando, tutto, tutto tranne Silvana.
Silvana sapeva tutto, vedeva tutto e un giorno lo abbracciò al buio: “Non mi importa, non mi importa di niente, non mi importa se ci vai a letto, ma resta con me, resta con me…”
E lui restò.

Tuesday, January 11, 2011

Libeccio (II)

Il lungo corridoio bianco marmo al primo piano del Tribunale odora di disinfettante e di silenzio. Rettangoli di luce si tuffano dalle finestre alte e strette sul pavimento chiaro appena lavato. Nessuna impronta li macchia. Sulla quarta porta a sinistra la targhetta recita “Ufficio R.C.”. L’avvocato si sforza di bussare con decisione, ma educatamente. Nessuno risponde. Poi la porta si apre all’improvviso e un uomo minuto con grandi occhiali spessi esce abbracciato ad un paio di faldoni grigi “Pardon, avvocato…” E’ un cancelliere, l’avvocato Pittalunga lo conosce, brav’uomo. “Buongiorno cancelliere., il magistrato  Locchi c’è?”
“Carissimo avvocato Pittaluga  venga, venga si accomodi”. Lo studio del magistrato è immerso nella penombra. Alla scrivania enorme un uomo grasso dalla voce cordiale se ne resta seduto sulla sua poltrona che sembra barcollare sotto il suo peso mentre gesticola verso l’avvocato. “Buongiorno Dottor Locchi”. L'uomo alto entra nell'ufficio che sa di chiuso e polvere. Il pavimento è  pieno di pile di carte grigie e gialle, vite stratificate, storie dimenticate, vicoli ciechi.
Due piccoli occhi scuri seguono Giorgio Pittaluga  mentre si avvicina. In quei due pozzi neri si affaccia un uomo magro e alto, appena stempiato.
 “Allora avvocato, che ne pensa?” Il magistrato grasso si solleva dalla sedia e allunga la manina dalle unghia corte. Segue una stretta di mano distratta.
L'avvocato Pittaluga si appollaia sull'orlo della sedia come se sentisse gli anni di polvere depositati e temesse di sporcarsi l'abito grigio.
“Caro Dottor Locchi, come vede sono venuto da lei appena mi ha fatto chiamare, anche se non mi è molto chiara la dinamica dei fatti. Anzi le sarei grato se…”
Il magistrato distende le braccia con le palme delle mani rivolte in avanti a tentare di arginare il fiume di parole che si comincia ad intravvedere.
“Avvocato, avvocato...aspetti, aspetti un attimo…se non le dispiace faccia parlare prima me…e devo anche dirle che c’è comunque poco spazio per le sue domande!”
“In questo caso …sa…non è questo il tono che mi aspettavo…e quindi…”. L’avvocato fa per alzarsi e riprendere la sua borsa che ha poggiato delicatamente per terra.
“Avvocato, non le conviene comportarsi cosi...noi abbiamo condotto qualche  indagine sul suo…come dire…entourage familiare…diciamo cosi…sa, per scrupolo… nel suo interesse di stimato professionista e specchiato cittadino…sia chiaro...”

“Ma cosa dice? Di che sta parlando? Ma come si permette di ...”

“Avvocato, avvocato...la smetta di frignare e mi ascolti bene perché glielo dirò una volta sola”
I piccoli occhi sono diventati più scuri come la voce.
“Io conosco la storia della famiglia con cui si è imparentato per fare carriera...lei era il figlio di un pescatore, un povero cristo… lei è una brava persona, guardi mi creda, ma grazie a suo suocero e sicuramente anche al suo valore, lei è diventato un avvocato importante in questa città. “
Giorgio Pittaluga  si è riseduto sul bordo della sedia e stringe in mano il manico della sua borsa nera.
Il magistrato lo fissa e continua: “Veniamo al dunque…noi abbiamo in custodia la Di Stefano da  mesi, lunghi mesi, l’abbiamo tenuto in isolamento ed interrogata con vari metodi…”
L’espressione “vari metodi” attraversa la colonna vertebrale di Pittaluga graffiandola. “…ma  non siamo riusciti a cavarle niente”.
Colpo di mano aperta sul tavolo, palpebre di uomo smilzo che sbattono scosse.
“NIENTE”
Secondo colpo di mano, nessuna reazione delle palpebre, solo le pupille degli occhi chiari si dilatano leggermente.
“Senta Dottor Locchi, non mi sembra né il modo, né il tono a cui io…”, io non c'entro niente con la famiglia di mia moglie e non so ...”
“Avvocato…avvocato….”
La testa del magistrato oscilla e l'aria esce rumorosamente delle narici . L'immagine di un toro pronto a caricare si affaccia alla mente dell'uomo smilzo. L’indice destro del magistrato oscilla nell’aria. Inutile continuare ad opporsi, anzi pericoloso. Meglio starlo ad ascoltare.
“Avvocato, la Di Stefano non parla da mesi,  non gliene frega niente, sa che le daranno quattro-cinque ergastoli per via di tutti ciò di cui si è macchiata e vedrà che verranno fuori altre storie...poi improvvisamente decide di parlare con un avvocato dopo che non ha mai aperto bocca con quello d'ufficio che le hanno assegnato...e decide di parlare con lei, che si occupa di aziende, fallimenti, trust e cazzate varie...capisce che uno che fa il mio mestiere si insospettisce e allora ci si pone domande del tipo perché proprio con lui?”
“Io non lo so” le lunghe gambe dell'avvocato si muovono e sollevano un uomo a disagio che sente il sudore bagnarli il collo e le ascelle e  un odore disgustoso di paura “anzi io me ne vado e ve la sbrogliate voi io ...”.
“Avvocato...si sieda”
Le mani grassocce unite in preghiera. La voce è più rilassata ora, quasi carezzevole.
”Si sieda, la prego...noi sappiamo molte cose di lei…e consideri questo...”

Il fascicolo sottile attraversa la scrivania e raggiunge l'uomo smilzo che trova la forza di sollevare la copertina.  Da li sotto due fotografie lo guardano.

Friday, January 7, 2011

Libeccio (I)

Il vento che viene dal mare entra nella stanza dalla finestra socchiusa. Libeccio. Ad Aprile capita. Aprile è il più crudele dei mesi. Anche gli altri non scherzano. Però Gennaio non è stato male quest'anno. A gennaio ho beccato quella terrorista del cazzo. L'ho beccata io, si è arresa a me, non ne poteva più di fuggire. Me lo sono trovata alla porta del mio ufficio. Quei coglioni della guardiola non l'hanno riconosciuto e poi chi cazzo lo poteva riconoscere con gli occhialini e la parrucca? Coglioni. Grandissima puttana.
“Buongiorno” mi dice ”posso entrare?”
“Lei chi è?”
”So che mi cercava”
“Ma lei chi è?”
“Mi chiamo Silvana Di Stefano”
Non ho mai estratto la pistola cosi velocemente. Poi è stato il casino. Tu, mia cara saresti stata felice finalmente di vedere la mia foto in prima pagina mentre portavo via la Di Stefano. Saresti stata orgogliosa di me, di tuo marito sbirro che non è mai a casa, vero Eli?
Dalle cornici scure appese alla parete in penombra della camera da letto,due bambini in tenuta da calciatore sorridono sdentati, un primo piano di una sorridente giovane donna solleva i capelli scuri per mostrare gli anelli metallici appesi al suo orecchio sinistro. Nessun cenno di apprezzamento per il gesto eroico dello sbirro, nessuna risposta.
Il silenzio viene interrotto dall’autobus della linea sette che si ferma poco distante in strada, con il rumore idraulico delle porte che si aprono e chiudono in due secondi. Qualcuno scende e nessuno sale sull’autobus in via dei Fornai a quell’ora. Passi di donna oltrepassano le finestre della casa. Il commissario Luca Montroni si solleva dal letto mettendosi seduto e automaticamente si accende la prima sigaretta della giornata. Prima boccata e la gentile mano sinistra scosta l'elastico delle mutande dando maggiore libertà alla pancia pallida. Le foto dei due bambini e della donna dalla bella bocca ignorano sdegnosamente la manovra. Cinquanta flessioni. Cinquanta sollevamenti con il bilanciere da venti chili. Dieci minuti di sacco. Doccia tiepida e seconda sigaretta. Oggi ne fumerò cinque, forse sei o sette. E la pancia non cala, è sempre lì, pallida e triste come un peccato. Forse non sparisce perchè da sei mesi il commissario mangia male, malissimo: sempre un panino a pranzo e a cena trattoria, e poi vino o liquori. E poi si mangia male quando tua moglie va via. Mangi  tristezza quando i tuoi figli dormono in casa di un altro e tu accarezzi la tua pistola d’ordinanza e vorresti una donna nel tuo letto, ma non ne vuoi una qualsiasi. Vuoi la tua. Oggi fumerà un pacchetto intero. Oggi deve accompagnare in carcere un coglione d’avvocato dalla Di Stefano. Ma perché? Ordini superiori, non capisce, ma si adegua.  Si allaccia la camicia nella casa vuota e sente quella maledetta pancia li sotto che spinge il bottone. Fuori, fuori, fuori, fuori da qui, alla luce. Via in mezzo al casino, in mezzo a tutti quelli che sorridono quando passa e smettono se lui li guarda negli occhi. Via, via, via. Tanto la notte torna sempre.


“Giorgio, torni a pranzo?”
“No...non lo so, dipende…”
“Ma torni o no?”
“Non lo so dipende dal magistrato...”
“Se torni dico a Cinzia di comprare i ravioli, se no per me sola basta il minestrone”
“Senti, prendo un panino al bar del tribunale perché dipende da che ora mi sbrigo”
“Ma perché devi andare da quel magistrato?”
“Perché ha chiesto di me”
“Ma perché?”
La donna si affaccia nella camera da letto.
“Senti..non lo so…so solo che vuole vedermi.”
“Giorgio tu mi nascondi qualcosa…lo sai chi è quello? Lo sai? Te lo ricordi?”
“Lo so”
“E’ quello del processo Iovine, quello in cui hanno coinvolto anche papà! Quello voleva mandare in carcere mio padre!”
“Si, lo so è lui…ma è una storia di dieci anni fa…dai, vedrai che è qualcosa che ha a che fare con il riciclaggio …stai tranquilla, sarà una consulenza”
“Ma quello è uno stronzo, magari vuole ancora vendicarsi di noi, della nostra famiglia, di papà...”
“Ma no, figurati”
“Ma non hai paura di incontrarlo quello li?”
La donna, alta e snella, gli è apparsa alle spalle. E’ già fasciata da un tailleur grigio chiaro, un giro di perle al collo, poco trucco . Non ne ha bisogno. La vede riflessa nello specchio, i capelli raccolti in una coda, è semplicemente bellissima. Davanti a quello specchio l’avvocato Giorgio Pittaluga si sistema per la terza volta la cravatta. L'ha comprata a Napoli l’anno scorso. I due riflessi si guardarono nello specchio.
“Allora non torni a pranzo?”
“No”

Wednesday, January 5, 2011

La Funambola (III)


“La settimana senza di lui è stata lunghissima, stancante e non so dirvi quanto, ma quanto ho avuto bisogno di lui, anche se mi chiamava sette volte al giorno. Aveva sempre una voce tesa, stanca, fingeva di ridere alle mie battute, io mi sentivo male, ma fingevo anche io. Poi mi ha chiamato tutto allegro “Amore, domani pomeriggio torno a casa. Mi vieni a prendere a Malpensa alle cinque?”  .
La strada per raggiungere l’aeroporto di Malpensa dal Piemonte è una pena, ma mi piace attraversare un vecchio ponte di ferro  sul Ticino, mi sembra di tornare indietro nel tempo, a giorni più lenti che ci devono essere stati anche qui.  Mi piace avere negli occhi tutto quel  verde. Ho guidato piano, sono arrivata e ho parcheggiato l’auto. Sono entrata nel settore arrivi e l’ho visto all’improvviso scendere arrivare da una scala mobile. Ha mollato il trolley e mi è corso incontro.
Era felice, veramente felice, mi ha baciata a lungo, non mi lasciava più andare, la gente ci guardava, mi sentivo in imbarazzo. Lo dovuto allontanare, ridevamo come ragazzini, siamo entrati in auto e mi ha baciata ancora a lungo. Avevo voglia di lui, di noi, mi sono forzata a mettere in moto l’auto. Nel frattempo lui si è voltato verso il sedile posteriore, ha aperto il trolley facendo un gran casino e ha tirato fuori una bambola di pezza per me.  Era la decima bambola di quel tipo che mi regalava da quando gli avevo raccontato della mia vecchia bambola di pezza che avevo perso al mio arrivo.”
La donna con l’impermiabile ricomincia a dondolarsi, Elena e Nunzia ascoltano, mentre i rumori fuori nel parcheggio aumentano.
“Gli ho chiesto di raccontarmi tutto, di dirmi tutto per filo e per segno anche quello che nei mesi precedenti non mi aveva voluto dire…la sua sorpresa, mi diceva…”non posso dirti niente altrimenti dopo ti dovrei uccidere”…mi diceva cosi”.
Allora lui sorridente si è portato le mani dietro la nuca e si è allungato sul sedile:”No, no, mia cara, non è mica cosi facile…prima mangiare…dove mi porti? Tarzan avere fame” e si batteva i pugni sul petto “poi Tarzan fare giochetti con Jane…molti giochetti…e poi parlare lavoro. Tarzan ha detto!” e sempre sorridente ha incrociato le braccia sul petto. Era felice, un bambino felice”
“Avevo già deciso di portarlo su, verso Biella, in un ristorantino che avevamo scoperto insieme, ma gli feci credere di aver preso una decisione in quel momento. Durante il viaggio mi ha raccontato che con il suo progetto era riuscito a battere un gruppo “ di francesi mafiosi, rompipalle e incompetenti”, e che era stato uno scontro “mitico”, che lui e i colleghi olandesi erano stati eccezionali, veramente grandiosi. Il mio piccolo Tarzan aveva ucciso il suo leone ed era felice. Io invece gli raccontai solo di aver sentito mia madre, in reparto niente di nuovo e di aver avuto un caso strano, un bambino che arrivava dal Pakistan con una particolare intolleranza alimentare che lo stava uccidendo. Siamo arrivati al ristorante e abbiamo parcheggiato sotto un vecchio faggio. La cuoca, giovane e simpatica che ci aveva salutato dalla cucina a vista  ci  ha poi raggiunto al tavolo ed ha acceso le due candele che ci separavano. Abbiamo ordinato un risotto alle erbe e un vinello che sapevo piacergli.
Lui mi guardava tra le fiammelle delle candele “Sei bellissima, sei sempre più bella…”. Mi ha detto “mi sa che ho fatto bene a sposarti…a proposito…non è che mi hai tradito questa settimana? L’altro giorno al telefono eri un po’ strana…” Gli ho preso la mano e gli ho dato dell’imbecille: come avrei mai potuto tradire il mio Tarzan, il mio grande scienziato, il mio tutto? Mi ha sorriso sereno “Mi hai quasi convinto amore mio…poi è vero, sono un grande scienziato!”. Gli ho detto che era anche il più grande imbecille del mondo e che doveva ancora raccontarmi tutto. Ha puntato i gomiti sul tavolo e guardandosi attorno con fare sospetto mi ha fatto cenno di avvicinarmi e appena mi sono mossa mi ha baciato. Gli ho detto di smetterla e stavolta lui ha cominciato a parlare.
“Forse abbiamo risolto, amore mio. Io sarò a capo di una sperimentazione innovativa contro l’HIV e il tuo maritino ha avuto una idea geniale.” In quel momento è arrivato il risotto e abbiamo brindato “a noi e a tutto ciò che il nostro cuore desidera”. Mi disse che la sperimentazione sarebbe cominciata in Sud Africa, il loro governo aveva già pronto il finanziamento, poi avrebbero lavorato in tutta l’Africa sub-sahariana. Ero cosi felice di sentire quelle parole, per me significavano tanto e mi sentivo cosi orgogliosa del mio piccolo Tarzan che lasciai raffreddare il risotto. “Amore mio, l’idea mi è venuta ad un seminario che ho seguito a Nizza, c’era un certo dottor Nahour, parlava del virus Ebola che è un virus stupido secondo lui…stupido perché uccide i suoi vettori, cioè noi, in poco tempo, giorni e quindi, per fortuna, le epidemie di Ebola sterminano un villaggio, due, poi si estinguono ed è un bene. L’HIV invece è un perfetto bastardo, uccide lentamente, tu lo sai, ci mette anni e in questi anni il vettore , l’individuo infetta altri e cosi siamo arrivati alla pandemia.”
Lui parlava di morti ed infetti con naturalezza, è il suo mestiere. Facevo fatica a ricordarmi che in quel momento eravamo in un ristorantino in Italia  a mangiare un risotto a lume di candela. I suoi occhi brillavano di una febbre che sapevo l’aveva lentamente pervaso negli ultimi due anni e che era cominciata poco prima del nostro incontro a Roma. Lui bevve un altro sorso di vino ericominciò a parlare.
“Ora…se vogliamo bloccare l’epidemia usiamo la prevenzione, magari la castità…o i vaccini e poi i farmaci per allungare la vita del malato …impedire che infezione da HIV diventi sindrome da immunodeficienza…un sacco di tempo e soldi qui in Europa e in America…ma in Africa che fai? Costa troppo, tu lo sai, e alcune strade come la prevenzione sono quasi impossibili da seguire…troppe guerre e stupri…è un casino”.
Ascoltavo il mio uomo parlarmi e mi allontanavo sempre più da quel ristorantino, mentre fuori un vento leggero aveva cominciato a soffiare dalle montagne.
“La mia idea è stata semplice, amore mio…se non riesci a batterlo…aiutalo! Cosa succederebbe se l’HIV diventasse come l’Ebola? Insomma se  cominciasse ad uccidere rapidamente, non in anni, ma in giorni?  L’epidemia si fermerebbe rapidamente, non ci sarebbero più malati in grado di infettare altri. Capisci, in qualche anno elimineremmo l’AIDS dalla faccia della terra per sempre!”
Io l’ascoltavo e le sue parole erano come acqua sulla roccia, scivolavano via come se io non fossi li con lui, come se non lo fossi mai stata. Fuori i rami del faggio oscillavano leggermente alla luce di due piccoli lampioni, eppure mi sembrava di poter vedere ogni singola foglia che su quei rami restava ancora disperatamente attaccata alla vita. Poi ho sentito una voce dentro di me. Mimi kuja kutoka Cameroon. Io vengo dal Camerun.
“Ma il vero colpo di genio è stato un altro amore mio…come fai ad aiutare l’HIV a diventare stupido? Questa l’abbiamo pensata io e Hansje Verhagen, quella collega olandese di cui tu sei gelosa…insomma, io le ho detto che sarebbe stato necessario somministrare alcuni farmaci in grado di aumentare enormemente la capacità distruttiva del virus in maniera che il paziente stia male subito; lei ha fatto una battuta del tipo”dovresti farglieli mangiare a colazione” e bang! La luce! Abbiamo fatto modificare geneticamente alcune piante in maniera che i loro frutti siano ricchi di quelli che abbiamo chiamato “fattori scatenanti”, abbiamo cominciato con le patate dolci e poi siamo passati ad altro. Amore funziona, sugli animali funziona! Adesso già coltivano alcuni ortaggi in Africa su scala industriale!!!”
Aveva alzato il tono della voce e una coppia seduta al tavolo accanto si era voltata infastidita verso di noi. Lui aveva sui cinquant’anni, grasso e sudato, lei non era sua figlia ma avrebbe potuto esserlo, anche se lui non avrebbe mai fatto uscire di casa sua figlia vestita in quel modo.
“Amore ti rendi conto che una cosa del genere potrebbe fruttarci premi importanti e l’Europa ci finanzia e continuerà a farlo…è magnifico! Amore capisci?”
Gli ho sorriso, in quel momento gli ho sorriso. Intanto la voce continuava a sussurrarmi la stessa nenia, mimi kuja kutoka Cameroon, mimi kuja kutoka Cameroon, mimi kuja kutoka Cameroon. In quel momento avrei  voluto dirgli tutto, che lo amavo e che sarebbe diventato padre tra sette mesi, ma ho sentito un dolore li dove mio figlio respira il mio sangue, un dolore triste che mi ha tolto ogni volontà, che ha bruciato ogni parola sulla mia lingua. Mimi kuja kutoka Cameroon. Gli ho detto che era meraviglioso, che ero tanto orgogliosa di lui mentre i miei occhi si riempivano di lacrime che lui ha creduto di commozione. Mi sono alzata per andare alla toilette, avevo bisogno di calmarmi. Lui era allarmato, gli ho fatto cenno che andava tutto bene, poi gli è arrivata una chiamata al cellulare e mentre rispondeva ho afferrato l’impermiabile  e sono corsa fuori a prendere l’auto. Non so come ci sono salita, non so come abbia fatto a metter in moto, non so per qiuanto tempo ho guidato. Vedevo a malapena la strada tra le lacrime. Ad un certo punto mi sono fermata, sono scesa dall’auto e ho cominciato a camminare,  ho camminato tanto. Ho cominciato a parlare con mio figlio. Gli ho detto che adesso camminerò e mi passerà tutto, piccolo mio… camminare, camminare, correre, vivere, kutembea, mbio, za kuishi.... Mi sono tolta le scarpe per sentire la terra sotto di me come facevo in Africa da bambina, ho cominciato a camminare sulla linea bianca in mezzo alla strada. Ho camminato cercando di restare in equilibrio. Ho cercato di insegnarlo a mio figlio, camminare in equilibrio tra il bene e il male, tra il mio mondo e il vostro, ho camminato, kutembea, mbio, za kuishi... kutembea, mbio, za kuishi... kutembea, mbio, za kuishi...”. La voce della bella donna scura in impermiabile chiaro diventa una ninna-nanna leggera che ritma il suo dondolio.
Elena si solleva dalla sedia ed esce dalla stanza in una frazione di secondo, l’infermiera grassa si avvicina al lettino. Le sue grandi braccia flaccide avvolgono con forza i ricci scuri della donna con l’impermiabile. Fuori, in corridoio, passi  pesanti si avvicinano.

Monday, January 3, 2011

La funambola (II)


La piccola dottoressa e l’enorme infermiera si sono cristallizzate tra i muri e le piastrelle bianche della piccola sala di un pronto soccorso,  in un ospedale sperso tra le colline coperte di brina e di vigneti.  Il pianeta Terra continua a girare su se stesso verso Est e il sole si affaccia su quelle colline infreddolite. Il tempo di un respiro e la frattura della realtà che la voce della donna ha creato si ricompone.
“Signora che dice? Si spieghi meglio…che vuol dire?”
Elena, la mini-dottoressa, ha ritrovato la sua maschera per prima e cerca di capire, mentre lo sguardo di Nunzia vaga  tra quelle due donne che ora si annusano sospettose per riconoscersi o meno, appartenenti alla stessa tribù.
“Lavoro alle Molinette da due anni, in Pediatria I”
Il gergo tranquillizza Elena. “Ma mi dici allora che ti è successo?”

“Ho litigato con mio marito, anzi no…me ne sono andata”
Il peso dell’aria della stanza diminuisce istantaneamente. Non c’è stato nessuno stupro, non c’è nessuna puttana piena di malattie, non ci sono state botte e coltellate, solo la bella dottoressa ben vestita che ha litigato con il marito per un capriccio o un tradimento, ma di chi? Suo magari, un uomo non può essere tanto stupido da tradire una tale bellezza, anzi si,  può essere tanto stupido. Qualsiasi sia il problema si risolverà. L’aria leggera si riempie di questi pensieri sparsi e ora seguiranno nell’ordine una bella scenata isterica e un pianto liberatorio, telefonate ed abbracci. E vissero tutti felici e contenti, e magari potevano evitare di rompere i coglioni.
“Mi sono sposata un anno fa”
La voce della donna arriva dall’angolo della stanza eppure sembra arrivare da un altro luogo più lontano. Le mani della Nunzia si incontrano sul suo ventre e si fanno compagnia mentre Elena  si rilassa appoggiandosi allo schienale della sedia. Si preparano ad ascoltare la storia, ma per non più di cinque minuti.

“L’ho conosciuto durante la mia specializzazione a Roma”
La donna seduta resta con le gambe strette e le braccia serrate al corpo, comincia a dondolarsi lentamente avanti ed indietro come se i ricordi non fossero sufficienti a calmare qualcosa che si agita sotto l’impermiabile chiaro, sotto la sua pelle.
Eppure la voce è calda e tranquilla.
“Era il primo collega veramente gentile che conoscevo, lo capivo dalla sua voce, dagli occhi scuri  che sorridevano d’imbarazzo guardando le mie labbra.
Arrivò una mattina in reparto, si era perso nel Policlinico e invece di arrivare a Virologia si era ritrovato da noi. Lo vidi al centro del corridoio che si guardava in giro come un bambino smarrito. Indossava una vecchia giacca grigia sformata e una cravatta orribile.  Aveva la faccia stanca.
Ci guardammo per un istante. Gli chiesi chi cercasse. Lui balbettò qualcosa,  poi fece il nome di un collega che conoscevo di vista. Gli spiegai come raggiungerlo a Virologia. Lui ripete le istruzioni e io capii che non aveva capito niente, cosi decisi di accompagnarlo, non so perché, forse solo per gentilezza o per istinto materno.” La donna con l’impermiabile smette di dondolarsi e sorride.
“Un giorno mi ha confessato che aveva capito tutte le mie istruzioni, ma non poteva già più fare a meno di me…un simpatico bastardo, non lo avrei mai detto allora. Lo accompagnai sino al reparto, lui aveva stampato sulla faccia un sorriso stupido,  ma mi sembrava felice, aveva gli occhi scuri che brillavano, proprio come quelli di un bambino. Me lo ritrovai in corridoio  tre ore dopo con una gerbera bianca rubata chissà  dove. Si presentò, finalmente e mi invitò a cena, restava a Roma solo per un giorno.  Pensai che magari volesse solo scoparmi, ma anche io avevo voglia di abbracciarlo e di sentire il suo odore. Nella mia mente lui era un albero: il mio istinto mi diceva che avrei potuto restare lì vicino, sotto i suoi rami, al sicuro. Mi vergognavo di pensare questo e allo stesso tempo ero felice e vogliosa di lui, di sentire il calore delle sue mani sui miei seni, sulla mia schiena. Non mi era mai successo di sentirmi tanto tranquilla con un uomo e allo stesso tempo tanto attratta ed eccitata, e non capivo perché. Ma non sempre si può spiegare tutto, vero? A volte bisogna lasciarsi solo andare.
Io sapevo di poterlo fare con lui, lo sentivo. Me lo dicevano i suoi capelli scuri arruffati da un lato e il nodo della cravatta allentato dopo una giornata di lavoro. Me lo diceva il cuore. Ci siamo incontrati cosi per tre mesi, lui arrivava ogni sabato da Milano e giravamo Roma insieme. Musei, mostre, ristorantini, chiese. Lui era curioso di me, del mio mondo e io del suo, di lui, del suo corpo e mi lasciavo esplorare come mai. Facevamo l’amore di continuo. Ed ero felice. A volte mangiavamo a casa mia, cucinava lui, io sono una frana e la mia piccola casa si riempiva di un buon odore di vita e di risate. Piaceva anche ai miei amici: simpatico, tranquillo, sicuro e sorridente, mai arrogante, mai invadente, un amico di tutti. Dopo altri sei mesi, una sera in un cinema in cui davano un vecchio film di Wim Wenders lui mi ha sussurrato all’orecchio “Amore mio, mi hanno offerto un nuovo contratto per cinque anni a Torino, vieni con me?”. Non vedevo bene i suoi occhi, ma sentivo che tratteneva il respiro. Gli ho risposto di si. Lui mi ha baciata, mi ha stretto la mano e non me l’ha più lasciata per tutta la sera. Andare via da Roma non è stato facile. Ho pianto tanto durante il viaggio, poi a Torino a casa sua, guardando i tre aceri del suo cortile e l’edera che scendeva dal suo balconcino mi è sembrato che quello fosse l’unico posto al mondo in cui avrei voluto vivere. Ero a casa finalmente. Cosi ci siamo sposati, ed ero felice.”
Un sospiro sovrasta la sua voce. Nunzia scuote la testa, e il suo sguardo racconta che tutte le storie d’amore sono destinate al fallimento, lei ne ha esperienza diretta, ma meglio non pensarci. Non ora, non oggi.
“Una settimana fa è partito per Bruxelles…un incontro per un finanziamento europeo alla ricerca…ci ha lavorato molto negli ultimi tre mesi…anche la domenica a casa, e io ero proprio felice di averlo sempre in giro a piedi nudi in salotto…era tutto mio, solo mio e mi piaceva sentire il rumore dei tasti del computer mentre scriveva e io leggevo seduta sul divano. Un pomeriggio ha piovuto cosi tanto e il rumore della pioggia, i tasti e il suo respiro  sono state per me la musica più bella del mondo”

Wednesday, December 15, 2010

Sisifo

Cari bloggers, in questa italia (la i minuscola è voluta) caotica e fredda, solo Bach suonato da mia figlia mi consola. Scrivo pagine faticose che non posto perchè mi sembrano avere un suono falso, forse perchè la disciplina non piace ai dilettanti come me e allora il subconscio si vendica e le parole, le atmosfere non ti sembrano tue. Forse è solo la naturale evoluzione della scrittura o la paura (inconscia) di vedere un tuo desiderio avverarsi. Sembra assurdo avere paura dei propri desideri. "Attento a quello che desideri!" Si a volte tocca stare attenti..., ma non troppo però.
Intanto il mio povero Sisifo lavora correndo da una parte all'altra di questa stupida cittadina, schivando bandiere verdi e alberi di Natale, pellicce sintetiche e persone sintetiche. E solo Bach suonato da mia figlia mi consola.
L'ho già detto (scritto)? Si vede che invecchio!
Cerea
Bartel